BERLIN, WARSCHAUER STRASSE di Alessandro De Giuli
Berlino è la città che deve ancora diventare. Normale forse per una capitale di Germania con un anno zero così recente, materiale e morale, suggellato dai bombardamenti a tappeto.
Tutto da ricominciare, tutto da inventare, con due modelli diversi che dividono la città e la sua gente, quello sovietico comunista e quello occidentale capitalista. Lì, a guardarsi in cagnesco, a fingere di ignorarsi e di ignorare i destini della povera gente di qua e di là del muro. Poi sappiamo com’è finita, e del resto era già scritto: se l’antica Roma sono le radici dell’Europa e la Grecia l’anima, la Germania allora è il suo cuore.
Warschauer strasse è proprio vicino a quello che resta del muro lungo il fiume Spree, grandi viali spaziosi sul lato dell’Est.
Ora il muro è dipinto con disegni allegorici che parlano di pace e libertà, un monumento come un altro da fotografare, i suoi brandelli sono diventati merce per i turisti che possono trovare le cartoline con inserito un minuscolo pezzetto di cemento colorato.
Quale feticcio migliore? Poter dimostrare la propria presenza con l’autorevole testimonianza del Simbolo. E allora la foto con la Gioconda, le tre cime di Lavaredo, la torre di Westminster valgono quanto un piccolo pezzo di cemento spedito agli amici per posta….
Warschauer, dicevo, è una via come tante appena fuori dal centro, c’è una fermata della “U” Bahn che fa capolinea, e un’altra della “S” Bahn per Alexanderplatz poco distante. Per noi stranieri è un gioco intrigante pensare alla vecchia città divisa, andarsene in giro con gli occhi per aria provando a immaginare da quale lato del muro ci troviamo: est o ovest?
Strade larghe e spazi ancora vuoti, grandi palazzi pieni di scritte o di disegni spesso angoscianti, delirio grafomane di libertà riconquistata, grida silenziose di protesta che hanno trovato sfogo solo alla fine di un regime durato trent’anni.
Julia dice che il razzismo segue anche qui i punti cardinali, solo che invece di nord e di sud si preferisce diffidare di est e di ovest, anche se la riunificazione operata in vent’anni sembra davvero miracolosa a giudicare dai servizi, trasporti e infrastrutture.
Mi piacciono le torri di mattoni rossi del ponte sullo Spree, qui a Warschauer strasse. Dalla Mühlen strasse, l’ampio viale che costeggia il muro, il ponte rosso si infiamma alle luci della sera, specie quando vi passa sopra lento un treno giallo della metropolitana. Alla sera poi Warschauer si anima di ragazzi che camminano con una bottiglia di birra nella mano, il traffico di gente va avanti per tutta la notte, le ore piccole sono accompagnate da risate prima e poi da urla di ubriachi, vetri spezzati, e alla fine da imprecazioni come un noioso lamento di emarginazione, lanciato all’alba dai disperati senza tetto che si annidano nei meandri ferroviari lì di fronte.
Sono i cantieri aperti ovunque che ti ricordano che Berlino è ancora in divenire, anche nel bel mezzo di Alexanderplatz. Mi piace questa piazza e tutti gli edifici attorno. Moderna, vivace grazie all’incrociarsi incessante di trasporti pubblici, stazioni di vetro, tram che scivolano in silenzio sul porfido come sul pavimento di casa, la grande Fernsehturm che domina l’intera città con i suoi 365 m di altezza. Suoni isolati di saxofono attraversano lo spazio senza sforzo. Il divertimento dei berlinesi qui sembra un fatto privato e un po’ malinconico, niente a che vedere con la movida spagnola, ma in fondo stasera tutto questo mi somiglia un po’ di più. Suggestioni d’oltrecortina qui ad Alexanderplatz supermoderna di vetro e acciaio, e tuttavia così Brechtiana…
Difficile dire quale Berlino sia più vera. Quella dei grandiosi monumenti al genio teutonico, o quella dei palazzi modernissimi, dei trasporti efficientissimi, delle architetture museali avveniristiche? Postdammer platz lanciata nel futuro o la porta di Brandeburgo che celebra l’antico? Il muro di cemento colorato o il nuovo Bundestag trasparente come il cristallo? Karl Marx o Adolf Hitler che attraversa Unter den Linden a passo d’oca?
Ma Berlino è una grande metropoli, può permettersi il lusso di molte anime.
Mi piace pensare che una di queste sia quella che ho vissuto in questi pochi giorni, una strada come tante a cavallo della ferrovia tra est e ovest, sospesa tra spazi vuoti e grandi palazzi, fiumane di giovani che la camminano e ne vivono l’asfalto con una birra nella mano fino a notte fonda, e poi fino all’alba con un brusio di voci ininterrotto che attraversa la mia finestra, fino a lasciare il posto alle biciclette sfreccianti e silenziose del giorno dopo.

Pozzo, 22.08.12 (cinque giorni a Berlino tra il 16 e il 21.08.12)