NELLA TERRA DEI GELSOMINI
Diario di viaggio in Tunisia
Lunedì 16.07.07
Oggi siamo arrivati in Tunisia. Il viaggio è stato faticoso. Il tour-operator ha cambiato il nostro piano di viaggio che doveva iniziare dall’aeroporto di Verona e che invece, dopo un trasferimento in auto a Verona –grazie Rolando-, in treno fino a Milano Centrale e poi metro, navetta ed autobus, ci ha fatti imbarcare al Terminal 2 di Malpensa. Intorno alle 18.00 siamo infine sbarcati a Monastir, investiti da un corroborante vento asciutto.
Di nuovo in Africa. Io e Vanna avremmo dovuto passare le vacanze a zonzo per la Sicilia ma un recente incontro con G., che vive ad Hammamet da oltre dieci anni, ha dato forma al desiderio di tornare in Africa, in uno dei paesi di cultura islamico-mediterranea che mi affascinano.
In questi anni ho letto molto di storia romana. I legami tra Roma e la provincia di Africa, come era chiamata allora la Tunisia erano profondi, soprattutto quelli economici: la Tunisia era il granaio dell’impero. Qui si concluse la seconda guerra punica con lo sbarco di un esercito guidato da Scipione l’Africano. Qui, intorno al 108 a.c., Gaio Mario diede prova delle sue capacità militari nella guerra contro Giugurta; in quella campagna emersero inoltre le qualità di un suo luogotenente, destinato poi a diventare dapprima un grande condottiero e poi suo acerrimo rivale: Silla. Proprio il trionfo in quella campagna, insieme al determinante appoggio della famiglia dei Giuli ottenuto sposando Giulia, zia del noto Caio Giulio Cesare, consentì poi a Gaio Mario di ottenete l’imperium, lui uomo nuovo di oscure origini, nella guerra contro i Cimbri ed i Teutoni che stavano dilagando dalla Gallia transalpina.
Insomma, su questo viaggio rimurginavo da parecchio tempo e pensavo di vedere i luoghi testimoni di importanti vicende storiche.
G. ha mandato un tassista –Lazard- a prenderci con una comoda Espace e questo ci sgrava dai primi adempimenti di turisti faidate e ci consentirà di arrivare ad Hammamet per ora di cena.
Il paesaggio che attraversiamo è verde e coltivato soprattutto a oliveti, tanto da assomigliare al nostro Salento, da cui peraltro non distiamo molto in linea d’aria. La strada attraversa però anche i sobborghi di Sousse e ci mostra l’altra faccia della Tunisia, molto diversa da quella dei villaggi turistici e delle spiagge dorate dei depliants. Vecchie vestite di nero che guardano capre e galline che rovistano nella spazzatura o che si aggirano in un ambiente desolato, assolutamente privo di una qualche infrastruttura urbana (strade lastricate, recinzioni, lampioni…) ed uomini che si muovono pigramente sotto il caldo sole africano, in un ambiente polveroso ed arido.
All’uscita dell’autostrada per Hammamet ci troviamo improvvisamente in un eccitante ambiente marino-vacanziero, anche se il disordine vige sovrano.
Non sono ancora le 20.00, c’è parecchia luce e vediamo ibischi, boungavillee, gelsomini, oleandri rigogliosi che ornano belle costruzioni generalmente bianche e sormontate da cupole. Il traffico è intenso e Lazard ci lascia all’hotel Royal Azur, un cinque stelle prenotato da G. per noi, sito nella zona turistica a Nord del grande golfo di Hammamet. L’albergo è molto bello, sontuoso addirittura e mitiga il primo e brusco impatto con la Tunisia. Compiliamo i moduli per l’hotel e saliamo per una rapida doccia. Intanto sono arrivati, molto eleganti, G. e D. che ci aspettano nella hall per andare a cena.
G. è insegnante in pensione, poeta, pittore e scultore; qui ad Hammamet ha un atelier; recentemente sue opere sono state acquistate dal vescovado di Tunisi e da un ministro per conto del governo e saranno esposte al museo di arte moderna di Tunisi. D., di origini veneziano-istriano-francesi, ha insegnato filologia classica all’Università di Bologna. Cosmopoliti, vivono entrambi nella medina di Hammamet, frequentano i circoli diplomatici e conoscono ovviamente gli italiani che contano qui; nei mesi in cui qui il turismo è più intenso e fastidioso girano l’interno del paese.
Domani partiranno per Djerba per seguire i lavori di sistemazione di una casa tradizionale che G. ha acquistato.
Andiamo in un raffinato ristorante sulla strada principale per Nabeul, sulla costa di Cap Bon, quella specie di naso-penisola protesa verso la Sicilia. Mangiamo buonissimo pesce accompagnato con un vino locale –muscat grey-, con i sentori della salsedine che forse il vento porta verso la costa dove è coltivato.
La serata è cordiale. G e D. sono divertenti oltrechè colti; quando stendiamo sulla tavola la nostra carta ed illustriamo il piano di viaggio, ci danno utili indicazioni sulle cose da vedere ed informazioni pratiche, tra cui quella di diffidare degli alberghi di basso livello. Dicono che i migliori hotel non sono particolarmente costosi e si evitano così magari pulci o situazioni sgradevoli.
A Vanna hanno portato una collana di fiori di gelsomino, ad entrambi un mazzolino di questi fiori che qui molti uomini portano all’orecchio. Non è affatto segno di effeminatezza e, a seconda che i fiori siano portati all’orecchio destro o sinistro, sembra che indichi se l’uomo è o meno sposato. Il loro profumo è inebriante e ti accompagna ovunque.
Siamo in quella che i romani chiamavano la provincia di Africa. Il nome deriva dagli Afri, una tribù berbera che viveva in queste zone; successivamente il nome è stato esteso ad indicare tutto il continente.
Salutiamo affettuosamente i nostri gentili ospiti e ci diamo appuntamento (forse) a Djerba, tappa che inizialmente non rientrava nei nostri piani e di cui ci dicono meraviglie.
Martedì 17.07.07
Sveglia al mattino presto. Aperta la finestra siamo investiti dal sole abbacinante. La nostra stanza, grazie a G., è una suite all’ultimo piano, dotata di una ampia terrazza con veduta superba del golfo; sotto di noi la affollata piscina dell’hotel e poco più in là un mare turchese e sabbia chiarissima invitano a scendere. Esercizi yoga per il mio collo dolorante e meditazione sono resi piacevoli dal sole caldo e dal vento asciutto.
Dopo abbondante colazione decidiamo di dare una occhiata al paese, a circa 1 km. Capiamo allora perché G. e D. non amano passare qui i mesi più affollati. La bella medina è un souk di paccottiglia per turisti frettolosi ed i venditori, che evidentemente lavorano sulla quantità, sono aggressivi ed insistenti. I bancomat non funzionano bene; alla fine riusciamo ad avere un po’ di dinari (il dinaro vale 0,6 euro circa) e poi con un taxi (costo 2-3 dinari) andiamo a visitare la residenza che il miliardario rumeno George Sebastian costruì negli anni tra il 1920 e il 1930. Sembra che Wright definisse questa villa la più bella del mondo.
Effettivamente gli spessi muri bianchi racchiudono confortevoli ambienti e le possenti colonne di tradizionale ispirazione circondano ombrosi spazi di impianto moderno; nell’insieme l’edificio è bello e razionale, evolvendo nel contempo la consueta tipologia mediterranea. Il parco che lo circonda è ampio e rigoglioso, con i colori degli ibischi che esplodono nell’aria limpidissima ed accecante; la discesa a mare è ingentilita da siepi ed arbusti.
La villa, quartiere generale dell’Asse durante la 2^ guerra mondiale, oggi è sede di un centro culturale e nel giardino è stato costruito un anfiteatro in calcestruzzo.
Durante la prima guerra punica intorno al 250 a.c., da queste parti sbarcò il console e generale romano Attilio Regolo e conquistò Kerkouane, fortezza poco più a nord. Poi fu sconfitto e preso prigioniero; la sua figura di nobile fermezza ed impavidità ai supplizi ai quali fu sottoposto è il modello positivo che ai miei tempi ci veniva fornito a scuola.
Torniamo in taxi all’hotel. Lazard ci ha mandato una Clio nuova tramite Mario, ragazzo sveglio e comunicativo che ci aspetta fuori dal recinto- l’ingresso dei locali agli hotel è infatti severamente controllato- il business turistico evidentemente è troppo grande per poter essere messo in pericolo.
Sbrighiamo rapidamente le formalità di consegna dell’auto, poi passiamo due ore piacevoli tra mare e piscina, prima di partire. L’acqua è limpidissima e vivificante.
Partiamo e lasciamo volentieri Hammamet, invasa dal turismo di massa ed ormai divertimentificio; a sud del golfo addirittura è stata costruita una nuova città –Hammamet Jasmine- con tanto di vecchia medina nuova fiammante, ad uso e consumo di turisti che possono così evitare di uscir dal recinto, visto e considerato che una medina la vedono comunque!
Noi, che visitiamo il paese reale, ci fermiamo lungo la strada a comprare acqua e biscotti salati in un quasi tugurio, poi percorriamo gli oltre cento chilometri verso l’interno fino a Kairouan ed attraversiamo una zona agricola dove le coltivazioni sembrano essere di cereali, di cui la Tunisia è autosufficiente.
Arrivati a Kairouan troviamo facilmente l’hotel La Kasbah caldamente raccomandato da D., che si rivela straordinario, ricavato in una fortezza addossata alle mura della medina, con splendida piscina e servizio accurato. L’hotel non sembra molto affollato forse perché i turisti vengono portati qui in giornata, rimanendo alloggiati negli alberghi lungo la costa.
Decidiamo però di non mangiare nel sontuoso ristorante, ma di seguire le indicazioni della L.P. e di andare al Karawan, anche per gironzolare per la medina. Riusciamo anche ad avere un po’ di dinari dai bancomat, anche se con prelevamenti non superiori a 60-100 Euro; meglio di niente.
L’aria è afosa e sembra che tutti siano in strada, forse per cercare il refrigerio che le modeste case non garantiscono. In medina troviamo centinaia di negozi aperti. Un ragazzo ci ferma e dice che i musei ed i negozi domani saranno chiusi per la festa nazionale e si offre di accompagnarci subito a vedere i siti più importanti della città. Decliniamo l’invito, pensando alla solita scusa per accalappiarci ed abbiamo ragione noi perché verificheremo che era una vera balla.
Il ristorante Karawan ha solo due tavolini metallici sul marciapiede e sedie in plastica; sembra però pulito e mangiamo antipasto di pomodori, tonno con olive e harissa e poi cus-cus con agnello.Il tutto è passabile, sito però in una via affollata e con musica araba raï sparata ad alto volume. Se questo è il miglior ristorante, anche questo vuol dire che i turisti non si fermano a Kairouan. Spendiamo poco (16 dinari), lasciamo la mancia e riattraversiamo il souk ancora in piena attività (sono le nove di sera).
Beviamo un tè alla menta nel cortile dell’hotel, io fumo il narghilè servito impeccabilmente dal cameriere (il bocchino è monouso in plastica) e poi, stanchi, andiamo a dormire.
Mercoledì 18.07.07
Abbiamo dormito benissimo. L’impianto di aria condizionata è molto silenzioso. Sontuosa colazione insieme ad americani e tedeschi che si abbuffano di prima mattina di carne di maiale, alla faccia dell’Islam.
Usciamo presto –sono appena le 8.30- per girare con il fresco. Il sole picchia forte per cui cerchiamo di stare a ridosso degli edifici dalla parte dell’ombra. Attraversiamo tutta la medina in cui il souk sta riaprendo; è tutto un fervore di attività in attesa dell’arrivo dei visitatori.
Kairouan è una delle sette città sante dell’Islam, con una storia millenaria e la moschea è la più antica dell’Africa.
Le dimensioni del cortile sono imponenti, circondato completamente da un portico sorretto da centinaia di colonne. La moschea era insieme luogo di culto ma anche la sede dove era amministrata la giustizia e dove si insegnava il Corano. Inoltre doveva dare ospitalità ai pellegrini che arrivavano da lontano, per cui gli ambienti non propriamente di culto sono stati previsti capienti.
I capitelli delle colonne sono in buona parte romani o bizantini riciclati da edifici precedenti e ciò, oltre a testimoniare la stratificazione storica avvenuta qui, costituisce una enorme esposizione di reperti antichi. Le rovine dell’Africa romana offrivano non solo modelli architettonici, ma anche cave di materiale dove si trovavano profusioni di marmo scolpito e pietra intagliata.
Erano materiali ricercati che si procuravano tramite acquisto, requisizione o donazione.
Yazid Ibu Hâzim nel 772 pagò a carissimo prezzo una colonna di marmo verde.
Al Bakri racconta che…. I musulmani si affrettarono a portare via da una basilica due splendide colonne rosse a macchie gialle, trasportandole nella moschea di Kairouan, poiché vennero a sapere che l’imperatore di Costantinopoli voleva comprarle a peso d’oro….
Guy de Maupassant ha ammirato profondamente questo popolo che, “mosso da sublime ispirazione innalza una dimora al proprio Dio, fatta di pezzi strappati alle città in rovina, ma anche perfetta e splendida quanto pure le concezioni dei più grandi intagliatori di pietre”.
La sala della preghiera non è aperta ai non musulmani, ma dalla porta la veduta è bellissima e mi ricorda la moschea di Cordoba e le decorazioni in stile granadino.
All’uscita un custode ci invita a salire sul tetto di un edificio vicino per una veduta dall’alto della moschea; è ovviamente anche la solita scusa perché attraversiamo un negozio di tappeti, ma i venditori qui, come in altri posti, sono discreti oltrechè gentili, per cui possiamo andarcene subito dopo aver ammirato la magnifica veduta non solo della moschea ma anche della città.
Entriamo poi in un altro edificio dove, pagando un modesto prezzo, (12 dinari) assistiamo alla proiezione sulla storia dell’Islam e visitiamo una tipica casa.
Ma forse l’esperienza più bella è stata girare senza meta per la medina; le case sono tutte imbiancate a calce, le imposte e le porte sono tutte azzurre, i portali spesso in pietra finemente lavorata; il tutto è affascinante e testimonia la ricchezza e la bellezza di questa città, capitale dell’Islam e oggetto di guerre ripetute con i berberi. La gente vive poveramente ma la vita sembra scorrere quieta e serena; viene da chiedermi se non si potrebbe vivere meglio qui che da noi, lontani da stress, conducendo una vita essenziale, fatta di affetti e rapporti umani intensi e diretti.
I giovani venditori del souk sono veramente importuni; gli anziani sono gentili e timidi, per cui ci invitano a visitare lo straordinario palazzo del governatore, epoca 1700, residenza dei Bey e dei Pascià, ora negozio di tappeti. Ogni stanza ha meravigliose decorazioni che posso fotografare, compresa una alcova con un vecchio che, appena alzato, si fa da parte.
Ce ne usciamo indisturbati anche perché Vanna spiega che a Tunisi abbiamo già acquistato alcuni tappeti. La balla funziona.
Finiamo poi a vedere la Bir Barouta, edificio costruito anticamente intorno ad un pozzo ritenuto sacro. L’acqua viene prelevata facendo muovere un povero dromedario bendato intorno ad una macchina di legno. I locali bevono l’acqua prelevata che noi rifiutiamo con fermezza (sembra che ad altri viaggiatori abbia causato dissenteria e non è inverosimile).
Riattraversiamo sotto un sole feroce il souk, assolutamente autentico, a parte la strada principale dove vendono solo semplici souvenir.
Vediamo molte situazioni di povertà estrema ma molto dignitosa. Le donne sono spesso in costume berbero multicolore, altre coperte dalla testa ai piedi da abiti bianchi che lasciano scoperta solo una fessura all’altezza degli occhi. Poche giovani vestono abiti occidentali e nessuna con esposizione di ombelico o men che meno con abbigliamenti provocanti.
E’ comunque piacevole sostare all’ombra, bere il tè alla menta, guardare la gente passare.
Prepariamo le valigie e poi passiamo le ore più calde in piscina; io ne approfitto per sottopormi ad un massaggio alla cervicale nell’area fitness.
Partiamo intorno alle 15.00 sotto un sole implacabile (oggi fa 42°C all’ombra) e percorriamo un territorio brullo tutto destinato ad agricoltura, almeno dove cresce qualcosa.
Il mastodonte lo vediamo da lontano, man mano che ci avviciniamo ad El Jem, fiorente città già nel I secolo d.c. e che nel III secolo raggiunse il massimo splendore. Doveva essere un eccezionale crocevia di commerci se il proconsole Gordiano pensò di costruire l’enorme anfiteatro (il terzo per grandezza nel mondo antico), tanto grande che si vede a molti chilometri di distanza, bellissimo nel colore dorato della pietra usata. Poteva ospitare 30.000 persone e questo basta a testimoniare sia la ricchezza del territorio sia il peso dell’imperialismo romano.
Le opere pubbliche nelle province erano infatti realizzate da schiavi o da obbligatorie corvè dei popoli sottomessi.
Anche questo mi evoca un parallelo tra l’imperialismo romano e quello americano.
Allora i cittadini romani non erano sottoposti alla giurisdizione locale, proprio come oggi avviene per i soldati americani ed i mercenari della Blackwater che in Irak ma anche in Italia (vedi Cermis o Vicenza) restano impuniti di qualsiasi crimine. I romani perlomeno erano meno ipocriti e non dichiaravano di voler esportare la democrazia, ma la loro grandezza era basata anche sul cinismo ed opere come questa trasudano sangue.
Qui Gordiano si suicidò dopo un colpo di stato fallito ( si era autoproclamato imperatore) e qui sembra che la principessa berbera Al Kahina nel VII secolo sia stata assediata dagli arabi nella sua guerra di resistenza all’invasione islamica.
Ci arrampichiamo fin sull’ultimo ordine di posti, altissimo. Siamo quasi sconvolti dalla fatica e dal calore che si riverbera dalle pietre. Beviamo spremuta di arancia in un baracchino di fronte all’anfiteatro. Vanna ha osservato inorridita le fasi di preparazione della bevanda, senza nessun riguardo igienico; io minimizzo e e dico che, se non ci verrà la dissenteria qui , supereremo tutto.
Uscendo da El Jem freno violentemente di fronte ad una officina abbandonata della Peugeot, folgorato da quello che intravedo da una porta semidivelta: un ambiente con soffitto a volte a crociera rette da colonne con eleganti capitelli romani ed una edicola in pietra finemente lavorata sul fondo. Cosa mai sarà stato questo gioiello ora in rovina e quali e quanti edifici simili ci saranno ancora, ignorati!
Riprendiamo il viaggio ed arriviamo sulla costa a Mahdia. Superata la solita orribile periferia e la zona produttiva ci appare la porta di accesso Skifa el- Kahla, resto delle imponenti fortificazioni (almeno venti metri di spessore) che proteggevano la città dalla parte di terra; Mahdia è sorta su una stretta penisola lunga almeno 1 km. Dagli altri tre lati le mura erano modeste, talmente potente era ritenuta la flotta della città, tanto che non si ritenevano possibili gli attacchi dal mare. Il Mahdi la fondò intorno al 900 d.c. e ne fece la base marina di un califfato che si estendeva dalla Cirenaica all’Algeria.
Attualmente la città antica è tutto un souk al servizio della enorme zona turistica sorta a nord Ovest e si vende la solita roba. La produzione artigianale locale è quella dei tessuti di seta; numerosi sono i laboratori nelle stradine secondarie. Nel negozio di Karim, a Nord verso la moschea, se ne trova una grande varietà e colori sgargianti; qui compriamo belle sciarpe da regalare.
L’ufficio di informazioni turistiche è assai disorganizzato; l’unica ragazza, oltre a lasciarci prendere qualche depliant, non conosce neanche i nomi degli hotel.
Seguendo allora la L.P. capitiamo all’hotel Medina, gestito da una simpatica coppia che parla perfettamente francese ed inglese, ma le stanze sono prive di bagno e quelli in comune non sembra ben tenuto. Peccato non avere più venti anni, perché vediamo molti giovani europei, evidentemente indifferenti alle comodità ma attenti al prezzo veramente modesto (15 dinari a persona, compresa la prima colazione).
Troviamo alloggio all’hotel Le Phenix di Madia, pulito ed elegante, con piscina sul tetto, poco lontano dalla medina. Qui scegliamo anche di mangiare, visto che la ristorazione non sembra essere molto sviluppata da queste parti, all’infuori di piccoli ed informali locali. Meglio così, perché mangiamo una cena tutta vegetariana di buon livello.
Dopo cena andiamo a fare un giro per il centro storico, dove l’intenso commercio è in pieno svolgimento e dove veniamo insistentemente invitati dai commercianti in italiano o spagnolo, neanche avessimo scritto in faccia la nostra provenienza! Il più persuasivo è Kerim, un ragazzo cui non riusciamo a rifiutare l’offerta di un tè alla menta; non compriamo però niente della sua stereotipata merce ma, tanto per liberarcene, gli diamo appuntamento domani davanti alla moschea ( il suo negozio è proprio di fronte). E’ solo una scusa perché la moschea, nonostante quello che afferma Kerim, è stata integralmente ricostruita cinquant’anni fa sui resti di una più antica. Io ho acquistato un mazzolino di fiori di gelsomino, il cui profumo mi accompagna per tutta la serata. Andiamo a dormire stanchi. Domattina partiremo presto per Djerba.
Giovedì 19.07.07
Partiamo presto ma uscire da Madia non è così semplice, visto che le indicazioni stradali mancano del tutto e che la periferia è un grande labirinto, ma alla fine troviamo la strada verso El Jem. Le strade sono sempre buone, su e giù monotono per un territorio collinoso e verde. Dopo El Jem alcune zone sono addirittura rigogliose con estesi oliveti. Come in Puglia, intorno alle piante l’erba viene completamente estirpata, qui però le piante sono poste a notevole distanza l’una dall’altra. Superiamo Sfax benissimo grazie alla nuova circonvallazione a quattro corsie, non riportata sulla carta. Dopo Sfax il territorio fino a Gabes diventa più arido; la strada corre lungo la costa dove vediamo qualche stazione balneare; a bordo strada molti venditori di fichi, pesche ed altra frutta, anche se non vediamo mai nessuno che si fermi. I venditori aspettano pazienti coperti da cappellacci di paglia,oppure sonnecchiano all’ombra di un albero. Il sole è molto forte e qui sono molto usati i cappelli di paglia –soprattutto per gli uomini- mentre le donne girano completamente velate. Ci fermiamo a rifornire benzina, che qui costa 1,1 dinari, circa metà rispetto all’Italia. Beviamo un caffè nel bar della specie di stazione di servizio –i bar sono veramente lerci-. Comperiamo una pagnotta di pane di circa mezzo chilo, due pacchetti di fazzoletti di carta ed un litro di acqua minerale fredda al costo di 0,8 dinari. Niente.
Altri cento chilometri di strada monotona ma scorrevole in un territorio disabitato. Ogni trenta chilometri un gruppo di bar-ristoranti al servizio dei viaggiatori offrono arrosto di capretto. Vediamo le bestiole recalcitranti trascinate per essere ammazzate, poi appese per attirare i viandanti, con il fumo degli arrosti che penetra attraverso i finestrini ma non ci fermiamo più fino al traghetto per Djerba. Il trasbordo ci costa meno di un dinaro ed arriviamo sull’isola in un quarto d’ora; vediamo le bianche case dell’isola, con le caratteristiche cupole tra i palmizi e la sabbia, avvicinarsi mentre l’acqua del mare piatto sciaborda dolcemente.
Le nuove costruzioni stanno abbandonando, almeno in parte, la tipologia tradizionale e vengono ingenuamente dotate di colonne, capitelli e timpani di gusto classico, scimmiottamento di prestigio sociale.
Venti chilometri e siamo ad Houmt Souk, bella, prospera e caratteristica cittadina capoluogo dell’isola. Beviamo tranquillamente qualcosa in una piazzetta che potrebbe essere greca, marocchina o pugliese –comunque mediterranea- all’ombra dei ficus tra case bianche con le imposte azzurre. Visitiamo un paio di hotel ricavati in vecchi fonduq –praticamente dei riad – ma le camere sono afose ed oscure. C’è anche un Auberge de Jounesse , un ostello per giovani a bassissimo costo che vedremo poi affollato, ma non siamo più giovani ed allora telefoniamo a G. che ci indica due hotel a cinque stelle sulla costa a pochi chilometri. Andiamo e scegliamo quello che sembra più sobrio, hotel Möven Pick, che si rivela in realtà splendido. Le stanze hanno vista sul mare che ha colori dal bianco al turchese- sensazionale!-, i servizi sono eccellenti in un ambiente quasi rarefatto –costo 190 dinari per la doppia. Ma va bene così, anche perché ci prepariamo ai disagi che forse troveremo all’interno.
Mentre siamo stesi sui lettini in spiaggia, gradita sorpresa, arrivano G. e D., che invitiamo a cena per domani sera –stasera sono già impegnati- nel ristorante dell’hotel. Qui sono trattati non da clienti ma da vecchi amici, come ci spiega Rauf della reception. Stasera decidiamo di non mangiare all’hotel, ma di provare la cucina locale, anche se la L.P. non dà particolari indicazioni.
Andiamo in centro proprio nell’ora di un tramonto che incendia l’orizzonte mentre superiamo la piccola laguna che divide il paese dalla zona turistica, con migliaia di aironi rosa che sostano sull’acqua per la notte.
L’hotel Harischa è stato ricavato in un vecchio fonduq, con i tavoli del ristorante nel cortile attorno alla piccola piscina, praticamente un chiostro su due livelli, con le camere danno sul porticato al piano primo, il tutto ingentilito da boungavillee ed ibischi, con un fascino decadente. Mangiamo ottimo pesce fresco spendendo 50 dinari in tutto. Penso, data la vicinanza di una bianca chiesa del 1700 con i caratteristici due campanili, che il posto potesse essere un monastero cattolico.
La medina alle 10.00 è ormai semideserta. Il souk coperto ha le porte sbarrate. Un negozio di gioielli è ancora aperto e ci fermiamo a curiosare tra gli argenti berberi; i prezzi sono bassi, il gestore è simpatico e sembra affidabile e compriamo un braccialetto di argento, lapislazzuli, malachite, corallo per Sofia a 40 dinari.
Torniamo all’hotel a bere una tisana ed a fumare la sheesha aromatizzata alla mela.
Venerdì 20.07.07
Stamattina mi sono svegliato presto, assaporando il piacere di far ginnastica e meditazione sulla terrazza vista mare, ma il tutto è stato reso faticoso per il gran sole caldo; il solito venticello spira un po’ più tardi a rendere dolce e gradevole la vita in quest’isola di fiaba.
Omero nell’Odissea narra che Ulisse arrivò dal mare turchese e visse con i suoi compagni tra i mangiatori di loto, la cui droga gli fece dimenticare la patria lontana; o fu invece la struggente bellezza di queste spiagge?
Questa fu poi base di pirati saraceni, i fratelli Barbarossa ed il terribile Dragut che saccheggiò Otranto impalando e torturando ottocento cristiani che non accettarono di convertirsi all’Islam.
L’hotel, gestito da una società svizzera, è realmente eccellente; clienti e personale sono molto discreti. I pavimenti in marmo sono continuamente lucidati dal personale.
Abbiamo camminato a lungo sulla bianchissima rena, con pescatori che, con gesto antico, lanciavano a mano le reti da pesca, tirandole poi a riva, tra gli schiamazzi dei gabbiani ed i fenicotteri rosa si levavano in volo.
Al pomeriggio arrivano G. e D. Nonostante faccia molto caldo chiediamo a G.di portarci a visitare la casa acquistata ed in ristrutturazione – si fa per dire, perché sembra che i muratori si facciano vedere molto poco-. Anche questo è molto tunisino.
La casa però è un autentico menzel, tradizionale casa di Djerba di tipologia mediterranea, chiusa tutto attorno da un alto muro, aperta su piccoli patii con un bel giardino. Gli spessi muri in pietra, garantiscono temperature gradevoli, chiudono piccoli ambienti coperti da ben nove cupole. Bianco è il colore dominante dei muri ed azzurro quello delle imposte; i cardini e le serrature delle porte sono quelli originali in legno. Le decorazioni richiamano il pesce, simbolo dell’isola. Il menzel ha un grande ficus che apporta ombra al patio principale ed alte palme da dattero nel giardino dove verrà costruita la piscina. Il quartiere è popolare, con una piccola moschea vicina; per arrivare alla casa si percorrono a piedi anguste stradine.
Immagino la dolcezza di oziare all’ombra del ficus, nel bianco patio lastricato nella pietra locale, con il colore violento della boungavillea che si inerpica appoggiata alla scala che porta all’atelier al piano primo, il profumo del gelsomino che si espande appiccicoso nella calura, mentre da fuori arrivano i rumori della vita comune che scorre lentamente.
Andiamo insieme a Midou, un altro paesino dell’isola, a curiosare per il souk. Io indosso la mia fresca e lunga gandora africana ma questo non serve a mimetizzarmi tra i locali, anzi attiro di più la loro attenzione e le proposte di vendita. I souvenir più carini però li troviamo nel grande magazzino in centro, con abbondante scelta e prezzi fissi e bassi.
Torniamo all’hotel e ceniamo magnificamente nel ristorante più discreto, lontani dal tendone dove hanno organizzato una serata con gastronomia e musica tunisina. Abbiamo preferito il fresco del giardino. Cous-cous con cernia , ampia scelta di dolci e muscat fresco in gradevole compagnia. C’è di meglio?
Sabato 21.07.07
Prima di lasciare l’isola sostiamo un paio d’ore alla bianca spiaggia, poi lasciamo –quasi di malavoglia- il Möven Pick con i suoi perfetti servizi; giriamo senza meta per il bel centro di Houmt Souk, nell’intrico del souk, tra improvvisi slarghi con suggestivi scorci sulla moschea, la chiesa cristiana, i numerosi fonduq, le piazzette dove oziare all’ombra dei grandi ficus. Fa caldissimo ma il nostro programma di viaggio reclama di metterci in moto comunque. Prima acquistiamo souvenir nel market a prezzi fissi ma non riusciamo a scrollarci di dosso una visita al piano primo del medesimo immobile dove alcuni uomini vengono fatti svegliare dalla siesta per esibirci i soliti tappeti; non dorme invece la ragazza, coperta dalla testa ai piedi nonostante il caldo, tenuta in una stanza afosa da sola a lavorare al telaio. Questa è la realtà delle donne in questo paese. Non tengono i kilim berberi che cerchiamo, quelli realizzati con le sacche da viaggio dei cammellieri, che sono a mio avviso molto belli.
Alla fine partiamo e torniamo a prendere il traghetto, dove le operazioni di imbarco, come al solito, si svolgono molto tranquillamente.
Sbarcati sul continente prendiamo la strada per Medenine, solito su e giù per le monotone colline di oliveti. Superata Medenine ci inerpichiamo per il Jebel Dahar, che sorge improvviso sulla pianura. A circa 500-600 metri di altitudine arriviamo su un altopiano con case sparse e piccoli paesi bianchi raccolti attorno a macchie di palmizi in un ambiente arido ed arroventato dal sole. Pochi olivi ed eucalipti. Beni Kheddache è il povero capoluogo dell’altopiano; gli uomini indossano jallabe bianche o ampi grembiuli da lavoro e quasi tutti indossano cappelli di paglia; ricordano i campesinos messicani.
Seguiamo l’indicazione per Ksar Hallouf ed arriviamo ad un paesino in fondo ad un canyon, poche case attorno all’oasi. Seguiamo l’indicazione per lo ksar e percorriamo un tratto ripidissimo e poi la sorpresa: lo ksar è praticamente in rovina e non c’è alcuna traccia del Relais Touristique –magnifico- riportato dalla L.P.
Gli ksar erano costruzioni fortificate dove le popolazioni locali conservavano le derrate alimentari; dato il clima asciutto e gli spessi muri in pietra ed argilla, le condizioni erano ideali. In un racconto di viaggio avevo letto che questo ksar restaurato garantiva un alloggio inconsueto. Sono circa le sei di sera, Vanna ha sofferto alquanto i tornanti per arrivare fin su e una cittadina con strutture alberghiere è a qualche ora di macchina. Non sappiamo cosa fare. Tornati al paese, seguiamo una indicazione molto naif di “Relais”, percorriamo una strada di sabbia tra le palme ed arriviamo in un cortile dove una donna con due bambini ci viene incontro e ci conferma che siamo arrivati all’albergo: ci mostra infatti due “ghorfe”, grotte scavate nella roccia, con stuoie sul pavimento e materassini in gommapiuma dove dormire; garantisce anche che nelle camere non ci sono serpenti, forse solo qualche scorpione!
La reazione immediata è di andarcene subito, poi decidiamo di non offendere la proprietaria e che questo è quanto prevede il viaggio faidate e decidiamo di restare –34 dinari per la notte, cena e colazione per due-. Presa la decisione tutto prende un aspetto migliore: ci viene servito il tè alla menta su un tavolino di plastica portato sotto le palme e trascorriamo lentamente le ore fino alla cena leggendo e scrivendo.
Il silenzio è rotto solo da cani che abbaiano o dal verso di asini e capre. Un gruppo di giovani, arrivati qui per un matrimonio, portano un poco di movimento. Decidiamo di fare una passeggiata in paese con loro e la padrona ci fa accompagnare dal figlio più grande –per tener lontani a sassate i cani selvatici-. Ai ragazzi regaliamo gomme da masticare e penne biro, facendoli felici. Al paese gli uomini , seduti a terra a fumare, ci guardano diffidenti: invidia per il reddito che procuriamo alla padrona di casa? I ragazzi ci spiegano che stasera sentiremo la musica della festa di matrimonio e ci invitano a partecipare. Siamo tentati ma il gestore del relais ci spiega che la strada è impraticabile e bisogna andare a piedi di notte per la montagna, allora rinunciamo a malincuore.
Domani mattina partiremo presto per Matmata. Chiediamo dove dormono i nostri ospiti e ci spiegano che, quando ci sono turisti ad occupare la camera, loro dormono sul tetto o dove capita. Aspettiamo la cena seduti su cuscini posti su sedili in muratura. Siamo fuori dal mondo, soli in un ambiente sconosciuto. Passa qualche locale con atteggiamenti scontrosi e poco cordiali; la vita scorre come cent’anni fa, a parte la corrente elettrica arrivata da cinque anni. Tra le palme la sorgente è putrida e per fortuna abbiamo qualche bottiglia di acqua da bere. Il sole tramonta e sentiamo veramente la solitudine, in balia degli eventi.
Parliamo con il gestore El Hedi dei problemi della vita, che qui sul Jebel Dahar sono gli stessi di casa nostra; i figli, la salute, il lavoro che manca, l’amore. Fino a pochi anni fa qui c’erano solo le lanterne a petrolio. El Hedi accende per noi una radio che trasmette musica rock: ringraziamo per il pensiero ma lo preghiamo di spegnerla. Con noi sono assolutamente gentili e disponibili, e ci mettono a disposizione tutto quello che hanno, cioè pochissimo.
Canto dei grilli, ragli di asini, pecore che belano negli stazzi; la natura si prepara alla notte.
Noi ci chiediamo che razza di notte sarà la nostra. Io non esprimo un pensiero che mi sorge: nessuno sa dove siamo e se finissimo sottoterra credo che il mistero della nostra sparizione non sarebbe mai svelato.
Vanna va al bagno, un misero casotto nel cortile; l’acqua non c’è ed allora, con imbarazzo, chiamiamo El Hedi a provvedere col secchio.
Mangiamo il cous cous alla luce di una lampadina sul tavolo di plastica nel cortile in terra battuta, solo noi due; la famiglia mangia a parte, in segno di rispetto.
Il dessert è costituito dalle mandorle che i ragazzi fanno cadere dall’albero e che rompono per noi con un sasso. Ovviamente niente lavaggio dei denti o doccia.
La depressione non ci fa apprezzare adeguatamente il paesaggio di fiaba che ci circonda: montagne illuminate dalla luna, sabbia e palme sotto un cielo di stelle luminose ed il verso degli animali che si chiamano forse per rassicurarsi reciprocamente dai pericoli della notte.
Domenica 22.07.07
Finalmente ci siamo alzati, e non sono ancora le 6.00!
Dormire nella ghorfa è stato un impegno che non ripeteremo. La porta non chiudeva – El Hedi ha detto di non preoccuparci che lui avrebbe dormito e vigilato vicino all’ingresso. Dentro la grotta faceva un caldo boia, tanto valeva dormire a porta spalancata, ma non ce la siamo sentita. Quando alla fine mi sono addormentato, Vanna mi ha svegliato improvvisamente perchè sentiva un animale in camera: abbiamo quindi passato la notte con un roditore che rosicchiava qualcosa –meno male non i nostri piedi-!.
Stanotte, quando mi sono alzato per andare al bagno, alcuni cani mi ringhiavano rabbiosi dall’alto di un rilievo a non più di cinque metri per cui, essendo il misero cesso in cortile invaso da pipì, siamo andati a farla in strada ma stando ben attenti che i molossi non saltassero giù ad azzannarci.
El Hedi ha spiegato che i cani erano nervosi per la presenza notturna di lupi che vengono ad abbeverarsi all’oasi!!! Dalla doccia non esce acqua per cui non ci siamo lavati se non i denti con un pò di minerale. La colazione se non altro è buonissima, focaccine ancora calde appena cotte dalla signora nel forno del villaggio –si deve essere alzata per noi nel cuore della notte-, marmellata di pere, burro e caffè.
Altra chiacchierata con Hel Hedi che si rivela, lui come le altre persone avvicinate, antiamericano. Condivido tutto quello che dice, tra cui l’opinione che la vergognosa guerra in Irak ed i massacri di vecchi e bambini sono stati causati solo dagli interessi petroliferi. Impressiona sentire anche le persone più modeste fare considerazioni pacate e condivisibili. Comunque qui prendono Rai1 ed amano sopratutto i giochi a premi. Credo che l’integralismo islamico debba temere sopratutto la circolazione delle idee e delle notizie.
Hel Hedi ha una carta dettagliata della zona; insieme a lui decidiamo di non percorrere le piste per non rischiare di insabbiarci, ma di seguite la strada asfaltata anche se più lunga.
Paghiamo, lasciamo più del dovuto e salutiamo baciandole fraternamente queste persone modeste e piene di umanità; solo il destino ha fatto in modo che vivessero come i nostri nonni cent’anni fa.
Scendiamo sollevati il Jebel Dahar e poi lo riscavalchiamo per andare a Matmata; passiamo paesini poverissimi, tutti costruiti con la pietra locale. Alle 7.00 gli uomini sono già in strada in jallaba e cappello di paglia, molti seduti a terra, mentre le donne pascolano le capre, faticano per attingere acqua alla sorgente, caricarla sugli asini e portarla a casa. I pastorelli guidano greggi di capre o gruppi di giovani cammelli con le zampe impastoiate. Le giovani donne sono quasi tutte coperte dal velo -qualche volto scoperto rivela notevoli bellezze tenebrose- ; le vecchie berbere vestono abiti sgargianti (verde,giallo, blu, rosso) e pesanti monili d’oro e sembrano bruttissime anche perchè sfigurate dai tatuaggi e dall’hennè. Devono essere lavoratrici infaticabili visto che reggono il peso della famiglia. Comunque, cose di tutto il mondo, ogni tanto scorgiamo qualche coppia o gruppetti di donne al pascolo che ridono, credo spettegolando le novità della zona. I bambini sono bellissimi.
Superiamo Matmata e le abitazioni troglodite scavate nella roccia che vediamo dalla strada ma a cui non siamo interessati, visto la nostra notte troglodita, e continuiamo per Dous. Le colline sono via via sempre più dolci ed alla fine la strada da serpeggiante diventa diritta in un territorio assolutamente arido; ripetutamente i segnali stradali invitano a stare attenti all’attraversamento della strada da parte di dromedari.
Non è difficile orientarsi a Dous: la cittadina, tanto colorita quanto disordinata, è costituita da poche strade attorno al souk, una bella piazza quadrata con grandi eucalipti ed i negozi sotto ai portici che corrono tutto intorno. La L.P. dice che Dous si risveglia al pomeriggio, quando il calore va scemando. Adesso l’ozio in un caffè all’ombra è l’unica soluzione, al riparo del sole che ti taglia la pelle come una lama rovente. All’ombra invece qualche folata di vento rende gli oltre 40°C accettabili, visto che l’aria è molto asciutta.
Vediamo sopratutto le macchie coloratissime costituite dai tappeti dei nomadi appesi ai muri e gli uomini che ci chiamano dai negozi, nelle loro jallabe chiare.
Ci dirigiamo verso la zona turistica, un quartiere di grandi alberghi ai margini dell’oasi. Adiacente alla zona turistica c’è il quartiere popolare, case tutte uguali, bianche con il tetto piatto. Poliziotti sorvegliano l’ingresso alla zona turistica dove vedremo arrivare, più tardi, decine e decine di pullman pieni di europei portati qui dai tour-operators per una escursione di due ore nel deserto sui dromedari che vediamo condotti lentamente in branchi, già sellati. Le escursioni nel deserto sono il grande business di questa città che trae ricchezza dal turismo, oltre che dalla tradizionale attività agricola. I datteri di Dous, coltivati nel grande palmeto, sono famosi per la loro bontà. Più di cento sono le varietà coltivate e quella chiamata “Deglat Ennour o dita di luce” è la più famosa per la polpa quasi trasparente.
Ci fermiamo all’hotel El Mouradi (130 din), quattro stelle con piscina- gli altri sono tutti al completo- e mangiamo solo frutta e verdura alla tavola calda. I datteri non sono nella lista e così rimprovero scherzosamente il maitre che si scusa giustificandosi con il fatto che la stagione della maturazione è quella autunnale per cui adesso si trovano solo i datteri secchi conservati nei frigoriferi e che qui non tengono ( ma a Djerba li avevo mangiati ogni mattina a colazione) .
Facciamo un pò di piscina, anche se la pavimentazione è rovente e riflette la sua temperatura sugli incauti come noi che non se ne stanno nella grande hall ombrosa e fresca. Riposiamo un pò in camera, poi andiamo all’hamman per il bagno turco ed il successivo vigoroso massaggio da parte dell’addetto. Alla fine stiamo benissimo. Unico neo, il tè che ci ha offerto il vecchio massaggiatore con la sua tossetta catarrosa. Subito non mi sono accorto infatti che ci ha offerto nello stesso bicchiere parte del tè dal quale lo stesso aveva sorbito i primi sorsi. Inchallah! Il nostro sistema immunitario dovrà proteggerci anche da questo.
Ci cambiamo ed andiamo a girare per il souk; compriamo per 140 dinari un tappeto beduino a striscie colorate, che nel deserto usano anche per confezionare tende, sacche e cuscini.
Questi kilim sono comunque tutti bellissimi, tanto che la scelta ci ha portato via parecchio tempo; all’interno del negozio, nonostante la ventola, si crepava dal calore e Vanna quasi sveniva disidratata. Il tappeto è grande (quattro striscie), pesa parecchio e si presenta il solito problema del peso consentito per i bagagli in aereo. Intanto il tappeto viene arrotolato e legato a mò di valigetta. Credo che, se non fosse per il problema del peso, ne avrei comprati altri. Vanna sorride indulgente di questo mio hobby. A casa nostra i tappeti marocchini, turchi, persiani devono essere usati a rotazione. Sono comunque un pezzetto di paese che ci portiamo a casa dai nostri viaggi.
A cena andiamo al ristorante Tej Likhayem, vicino all’albergo e che ci permette di mangiare all’aperto al fresco –si fa per dire-, mentre i localini vicino al souk, molto tipici, ci sembravano soffocati nel dedalo dei muri ancora roventi.
Il ristorante organizza animazione per gruppi di turisti. Noi due chiediamo un tavolino all’aperto e mangiamo bene –la birra gelata è pura libidine-, mentre un gruppo di spagnoli mangia su tavoloni sotto ad un tendone mentre si esibiscono suonatori in costume.
Chiacchieriamo con il simpatico cameriere e gli intrattenitori tra cui la ballerina di danza del ventre e siamo invitati ad assistere allo spettacolo.
Due beduini volteggiano su un cavallo e sui cammelli con straordinaria abilità e non sfigurerebbero in un circo.
I suonatori e danzatori riescono a coinvolgere così bene gli spagnoli che vediamo vecchi decrepiti osare mosse incredibili, tanto che noi stessi ed altri turisti ridiamo a crepapelle senza alcun ritegno. La bella tunisina ancheggia e si agita senza grande abilità ma è carina ed ormai il clima è festoso tanto che qualche altra spagnola improvvisa movenze sensuali, il tutto favorito dalla trascinante musica prodotta da due percussionisti, un suonatore di una specie di cornamusa mentre il danzatore, instancabile, ruota leggero nel suo lungo gonnellino azzurro.
Salutiamo tutti, anche il funambolico cavallerizzo che pratica tatuaggi con l’hennè e che fa il galante con Vanna.
Belli sono spesso questi ragazzi tunisini e credo che siano attratti dalle donne europee, diventandone essi stessi prede di un fiorente turismo sessuale.
Lunedì 23.07.07
Sveglia di buon’ora, ginnastica, colazione e partenza per Tozeur, non prima di esserci fermati nella grande piazza del souk a scattare qualche foto dei coloratissimi portici. Con il fresco la città è già in movimento; Dous è la porta del deserto tunisino; anticamente doveva essere tappa obbligata dei commercianti di schiavi, sale, sete, avorio, spezie che affrontavano il deserto. Ora tutto ruota attorno al turismo.
Il territorio che attraversiamo è ricco di verdi oasi, tutte raggiungibili sulle strade asfaltate.
Sulla strada per Tozeur le oasi si diradano fino a che non ci troviamo su un vero e proprio piatto deserto ricco di incrostazioni saline. L’acqua ogni tanto affiora fino a formare piccoli stagni salati rossastri ma senza vegetazione alcuna. Si tratta del deserto del Chott El Jerid; la strada diritta, di circa cinquanta chilometri, lo attraversa nel mezzo. L’ambiente è lunare, senza alcuna manifestazione di vita, con i raggi del sole che, riflessi dai sali, abbacinano come sulla neve. Qui hanno girato alcuni episodi di Guerre Stellari. Miraggi sull’asfalto illudono sulla presenza di acqua, ma è solo l’effetto dell’altissima temperatura dell’aria.
Sullo sfondo, tremolante nell’aria arroventata, una sottile striscia scura; pensiamo ad un’altro miraggio, invece sono le oasi di Tozeur e dintorni che si fanno via via più grandi. In macchina, in meno di un’ora, abbiamo attraversato un deserto che costituiva una barriera naturale impegnativa per le popolazioni delle oasi, e improvvisamente ci ritroviamo in un ambiente rigoglioso e lussureggiante. A Tozeur troviamo la solita confusione polverosa e colorata.
In Avenue Bourghiba, dove ci fermiamo a bere qualcosa, visto che fa un caldo pazzesco, troviamo traffico e concitazione. E’ il cuore commerciale della città nuova, mentre la vecchia e pittoresca medina, a poche centinaia di metri, ha solo funzione residenziale. In giro ci sono altri turisti ma non moltissimi; abbiamo l’impressione di essere in una terra di frontiera. Come al solito tutti i commercianti ci chiamano. Se entriamo a curiosare in un negozio poi gli altri commercianti chiedono: perchè da lui si e da me no?
Diciamo a tutti che cerchiamo solo l’hotel e poi ripasseremo. Gli hotel decorosi sono tutti nella cosidetta zona turistica. Prima di entrare nell’hotel Le Palmeraie beviamo qualcosa alla pizzeria “Azzurra” –letterale- dove una ragazza parla italiano e dice che la pizza è buona. Siamo fradici e non vediamo l’ora di andare all’albergo, che si rivela monumentale e semivuoto, dotato di una piscina ampia e pulita, confinante con il grande palmeto, il secondo per grandezza della Tunisia, di oltre 10 kmq. Piscina e riposo, aspettando che passino le ore torride. Verso le 17.00 usciamo in macchina per vedere le cose più interessanti, ma siamo subito stremati anche perchè a pranzo non abbiamo mangiato. Mangiamo allora un gelato vicino al grande parcheggio dei calessi.
Mohammed ci vede per primo e quindi precede altri carrettieri che si offrono e ci porterà a visitare l’oasi in un tour di due ore (25 dinari). Quando accettiamo è felicissimo, canta e si ferma ad esibirci agli amici. Benvenuto Mohammed, perchè così la smettiamo di girare a vuoto ed il calesse ci regala un pò di aria (poca poca), e permettiamo al simpatico ragazzo (appena 17 anni) di guadagnarsi la giornata.
Prima andiamo alle rocce del Belvedere, piccoli rialzi rocciosi circondati da verdissimi campi da golf da cui si ha una spettacolare veduta sul palmeto. L’acqua sgorga abbondante da una tubazione in un piccolo lago dove ragazzi sguazzano felici.
Su una parete i versi immortali di Abou Kacem Chebbi, famoso poeta di Tozeur:
Se un popolo
Un giorno vuole vivere
Il destino non può
Che rispondere
Alle sue aspettative
Il mattino succede
Sempre alla notte
E le catene
Cadono ineluttabilmente
I tunisini hanno dovuto lottare duramente per la loro indipendenza. I francesi occuparono il paese nel 1881 e via via acquisirono tutte le terre più fertili- fu allora che fu introdotta la coltivazione di agrumi e della vite a Cap Bon-.
Hasan Nasr descrive la ferocia delle repressioni, gli stupri, i massacri del colonialismo francese e la fine dell’ultimo re.
Un battello che va a tutta vela
Incrociando l’onda
E portando a bordo l’orgoglio della nazione, Al-Monsef Bey
L’indipendenza venne proclamata solo nel 1956 ed il primo presidente Bourghiba diede allo stato un indirizzo laico e socialista – già vedeva l’Islam come una forza che rischiava di far arretrare il paese-.
Tornando al giro in calesse, dapprima siamo entrati nel palmeto e siamo scesi a passeggiare in quello che si rivela essere un vero e proprio eden. Questa meraviglia è anche frutto di Ibn-Chabbat, matematico del XIII secolo che ha elaborato il sistema di distribuzione dell’acqua, raccolta da oltre 200 sorgenti e distribuita scientificamente. Mohammed ci indica orgoglioso le coltivazioni di datteri e banane, ma anche di fichi, melograni, mandorle, mele, prugne, uva che cogliamo e che è dolcissima anche se non ancora proprio matura, e menta, basilico, prezzemolo che qui usano molto, pomodori e peperoncini. Tutto è disposto con casualità e le essenze sono mescolate tra loro a formare più un enorme giardino che non una vera e propria coltivazione. L’acqua viene erogata una volta alla settimana per otto ore a perpetuare questo rigoglio. Non mancano ibischi e gelsomini a rendere poetico il luogo.
Anche G. è stato rapito da questa bellezza ed in una poesia ha scritto:
Odore di trasparenza. Silenzio.
Aguglie verdi
Trafiggono il cielo
Profumo di fumo e zagara
E grappoli dorati lassù
Un odore di terra
Mi entra dentro
Nell’anima
Spiandola
Un giardiniere, su invito di Mohammed, sale a piedi scalzi fino alla sommità di una altissima palma da dattero. Credo sia una consuetudine per il giro turistico, ovviamente ricompensata con 1 dinaro.
Entriamo poi nella bellissima medina, dove le case sono costruite in mattoni a vista lavorati con le fughe di malta retratte in modo da creare un effetto ombra per ogni corso e file di mattoni, caratteristica di Tozeur, sporgono secondo disposizioni geometriche eleganti e sempre varie.
Incrociamo una festa di matrimonio; gli amici dello sposo lo stanno accompagnando dalla sposa, completamente coperto sopra un cammello. Gli amici cantano e ballano accompagnati da strumenti a fiato e da tamburi percossi a ritmo ossessivo.
Mangiamo al ristorante Les Andalous, annesso all’hotel du Jardin, arredato elegantemente alla tunisina, dove mangiamo chorba (minestra) piccantissima e capretto arrosto. Nostri vicini di tavolo una ragazza svizzera ed un ragazzo australiano che arrivano da Le Kef –che giudicano deludente – ma lei dichiara di essere stata infastidita sopratutto dagli sguardi ostinati degli uomini del luogo. Diamo loro informazioni su Djerba ma poi il dialogo finisce con la musica rock tunisina a volume pazzesco suonata da un complesso di giovani. Nel frattempo sono arrivati altri tunisini che scherzano con ragazze locali che sembrano alquanto disinibite. Il conto –32 dinari- è accettabile per il buon cibo, lascio mancia e ce ne andiamo a dormire, non prima di aver di fermarci al museo Dar Charait, lussuosa riproduzione di un vecchio palazzo, con fastosi arredi, abiti, gioielli, decori di grande bellezza. Dentro però il caldo è insopportabile, per cui non vediamo l’ora di sostare nel cortile-bar dove arriva qualche modesta brezza. Beviamo tè alla menta e poi a nanna.
Martedì 24.07.07
Ieri sera eravamo così spossati dal caldo che stamattina ho sentito la necessità, all’alba, di fare il bagno in piscina, mentre la temperatura era ancora accettabile. Il sole stava sorgendo e cominciava ad irraggiare dolcemente questa terra benedetta, vero paradiso che miracolosamente si sviluppa rigoglioso per le acque affioranti in mezzo al nulla. Sahara significa infatti il nulla. Poi siamo ripartiti, attraversando Avenue Bourghiba già in pieno fermento. Le oasi si susseguono intervallate da territori brulli o addirittura aridi su cui branchi di dromedari pascolano alimentandosi dei radi e piccoli cespugli. Ogni tanto, improvvisamente, una macchia di verde magari brillante, evidentemente in corrispondenza a qualche affioramento di umidità.
Ci fermiamo a Chebika, una delle oasi di montagna, dove troviamo tutte in fila almeno cento fuoristrada Toyota Land Cruiser di color bianco, che portano i turisti in giornata da Djerba, Dous e Tozeur.
Non proviamo neanche a visitare il vecchio villaggio berbero e ce ne andiamo all’oasi di Tamerza, dove prendiamo alloggio direttamente al Tamerza Palace, visto che la L.P. segnala solo un altro alberghetto inaffidabile. Il prezzo è elevato (260 dinari) ma l’hotel è molto bello, la piscina si affaccia sull’oued al di là del quale la veduta è spettacolare sull’antico villaggio, abbandonato dopo le torrenziali piogge che per ventuno giorni ininterrottamente nel 1969 hanno letteralmente sciolto l’impasto di argilla che teneva assieme le pietre.
La scena ricorda Ait Benhaddou in Marocco ed anche qui evoca una storia antica e sempre uguale di vita e guerre per impadronirsi di queste ricche terre isolate da tutto.
Siamo stanchi e, dopo un bagno in piscina, andiamo a dormire dopo aver mangiato insalata tunisina in un ristorantino in paese dove la padrona, Gelain, ci intrattiene curiosa. Siamo i soli clienti e parliamo di tutto. Gelain ci consiglia di non buttare i soldi al Tamerza Palace ma di andare nel nuovo residence appena terminato e non riportato nella guida. Mangiamo bene per 20 dinari e probabilmente stasera torneremo qui, visto che anche pulito, anche se vicino c’è un altro ristorante carino; qui, sotto un graticcio, siamo stati proprio bene.
Dopo la siesta nessuna traccia dei due bambini con cui avevamo concordato un giro alle cascatelle; probabilmente sono stati scacciati da un giovane che parla italiano, ci accompagna per un lungo giro mentre le cascate erano a cento metri con la solita scusa che il passaggio era interrotto, e poi accetta malamente dieci dinari che gli dò, dicendo che se l’avesse saputo non avrebbe perso tempo con noi. Il giro è stato comunque interessante, ma le cascate sono ridotte a poco a causa delle scarse piogge. Il venditore di tè invece , così come il venditore di bibite, ci accoglie grato. Siamo letteralmente inzuppati di sudore e salutiamo tutti i venditori che ci chiamano inutilmente, visto che siamo gli unici su cui concentrarsi. Abbiamo capito comunque che bisogna spalmare su tutti come una elemosina, anche solo bevendo un tè alla menta.
Andiamo allora alle altre cascate, dove però la pozza limpida delle cartoline è opaca e per niente invitante al bagno, anche perchè Vanna sarebbe l’unica donna tra oltre cinquanta maschi, venditori e sfaccendati che oziano all’ombra.
Beviamo aranciata sotto un graticcio; il venditore ci sorride riconoscente e quando ripartiamo Mustafà ci chiede un passaggio fino a Tamerza. Ci sembra doveroso darglielo e lui, come ricompensa, vuole ragalarci dei datteri. Entriamo a casa sua, ci fa accomodare su un tappeto e Fatima, la moglie, ci offre il tè mentre parliamo amabilmente dei figli e della vita. Fatima regala a Vanna un braccialetto di latta ed a me cristalli di calcite, poi una piccola sacca confezionata da lei. Cominciamo a capire, ci alziamo ed offro dieci dinari per i bambini. Fatima dice che sono pochi e ne vuole venti. Allora io metto i dieci dinari nelle mani di Mustafà, salutiamo e ce ne andiamo.
Queste situazioni alla fine rovinano momenti che potrebbero essere autentici, ma dobbiamo prendere il tutto come l’eterno gioco della vita, senza restare intrappolati da eccessiva generosità ma anche da inutili durezze.
Andiamo allora a Mides, passando a pochi metri dal confine con l’Algeria. Qui passava il “limes tripolitanus” , la barriera difensiva romana in parte naturale ed in parte fortificata, costruita per respingere le scorrerie delle tribù sahariane. Nelle gola affascinante, che parte da qua e sbuca a Tamerza, è stato ambientato il film “Il paziente inglese”. Al canyon concordiamo con Abdel un giro per dieci dinari, rifiutando di prolungarlo, visto che non abbiamo tempo e voglia. La veduta sul canyon è spettacolare Abdel è bravo ad illustrarci la storia dei beduini, dei berberi e la cultura dell’oasi. Anche qui sostengono che i datteri locali sono i migliori del mondo, come in altri luoghi. Alla fine beviamo aranciata, comperiamo cartoline e ce ne andiamo salutando con affetto gente che ci appare semplice, buona e cordiale. Auguriamo a tutti buoni affari e di avere famiglie numerose e felici.
Torniamo all’hotel dove ci bagniamo in piscina mentre il sole dolcemente tramonta dietro le montagne arroventate. I camerieri sollecitamente ci portano salviette bagnate di acqua fredda; più tardi la brezza scende lungo il canyon a ritemprarci, tra il cinguettare degli uccellini ed il verso degli animali da cortile che echeggia lontano.
A cena torniamo da Gelain. Il ristorante è vuoto e lei, appena sente il rumore della macchina, corre giù dal piano superiore ad accoglierci assieme al marito. Mangiamo olive con harissa, insalata tounisienne, cus cus con agnello, unici piatti del menù. Complice il caldo torrido, il pasto caldo ci fa sudare abbondantemente. Fuori sembra che tutti i maschi del paese siano in strada in cerca di refrigerio; di ragazze nemmeno l’ombra. Il cous cous è buono, guarnito con patate, carote e zucca, ma forse non è il cibo più indicato con questa temperatura; abbiamo comunque preferito il ristorantino afoso ma autentico all’ambiente asettico dell’hotel. Anche il marito di Gelain, come già Mustafà, conferma che il presidente Ben Alì ha proibito il velo –tassativamente negli ambienti pubblici e nelle scuole -, ma a casa loro fanno quello che vogliono e le donne restano a capo coperto.
Salutiamo, torniamo all’hotel dove finalmente posso bere una birra gelata.
Mercoledì 25.07.07
Oggi giornata di duro trasferimento, aggravata dal fatto che il cous cous di ieri sera non ci ha fatto dormire bene. Solo a metà notte, bevendo molto, siamo riusciti ad aiutare la digestione e ci siamo riaddormentati, ma la pesantezza della cena ce la trascineremo tutto il giorno, anche perchè il cameriere addetto alle colazioni ha portato , alla fine, fette di anguria che, mangiate alla fine, si sono rivelate esse pure indigeste.
Alle nove siamo comunque in macchina, ripassiamo vicino al confine con l’Algeria e percorriamo le tortuose e malridotte strade in un territorio semidesertico fino a Kasserine.
Solo qui la strada migliora (è quella regionale che arriva da Gafsa). Mi chiedo quale determinazione deve aver avuto Gaio Mario nel lasciare i carriaggi, marciare tutta la notte facendo portare ai legionari solo le armi e le scorte di acqua, per piombare di sorpresa su Capsa (così era chiamata allora) al mattino e conquistarla. Probabilmente Capsa non era dotata di grandi fortificazioni in quanto si sentiva protetta già dal deserto, ma sopratutto non avevano tenuto in adeguato conto del carattere e della disciplina dei romani.
Dopo Kasserine inizia un territorio piatto coltivato a cereali. Oggi vediamo solo stoppie bruciate dal sole. A sinistra lasciamo le alture del tavoliere di Giugurta, dove il re numida si rifugiava per evitare lo scontro frontale con le legioni romane, preferendo una guerra di movimento mediante la temibile cavalleria numida. In questa sterminata piana era impossibile intrappolarlo ed infatti fu catturato solo con l’inganno nell’attuale Algeria, tradito da un altro re locale, Bocco, e consegnato a Silla, allora aiutante in campo di Mario.
Qui le città romane erano numerose, a testimonianza della ricchezza della zona, (Haidra, Dougga, Sbeitla), protette dagli avamposti del Limes Tripolitanum, costruiti per fermare le incursioni di Berberi e Tuareg.
Oggi è festa nazionale e durante il viaggio la radio trasmette solo canzoni patriottiche e servizi celebrativi della rivoluzione socialista. Le parole più pronunciate sono libertà, uguaglianza, solidarietà. Oggi presidente della repubblica è Ben Alì che nel 1987, nel mezzo di fortissime tensioni causate dagli integralisti islamici, depose con un colpo di stato il presidente Bourghiba, padre della patria, che voleva far giustiziare decine di terroristi integralisti islamici, autori d i attentati contro i turisti, portatori come oggi preziosa valuta al paese. Bourghiba finì confinato nella sua residenza di Monastir ed alla sua morte centinaia di migliaia di persone gli resero l’onore di padre della patria. Ben Alì, astutamente, nei primi anni stroncò l’integralismo islamico con migliaia di arresti e deportazioni; negli anni successivi, oltre a manifestare sempre la sua fede musulmana, andò pellegrino alla Mecca e poi con gesto di riconciliazione li liberò. Da allora governa con fermezza e prudenza un paese laico che sta migliorando decisamente il proprio tenore di vita.
Verso Le Kef abbiamo percorso almeno cento chilometri tutto di piatto territorio coltivato a cereali. Questo era il granaio dell’impero e Le Kef (allora Sicca) era il deposito di Giugurta, ritenuto imprendibile, arroccata com’è su un monte, ma alla fine nulla potè di fronte alla potenza romana..
Quando arriviamo noi c’è un sole violento e con almeno 40°C. La città è deludente per le nostre aspettative; percorriamo grondanti sudore le scale che portano alla splendida fortezza turca. Questi edifici sono totalmente privi di arredi e decorazioni, forse per le razzie succedute nella loro storia.
Impressiona la prigione dove fu rinchiuso anche Bourghiba dai francesi, minuscola cella buia con un letto in muratura e niente altro. Il guardiano ci spiega anche che in un altro ambiente erano stati ammassati anche cento detenuti che dormivano sul pavimento costruito in pendenza, probabilmente per far defluire orina ed escrementi. Terribile.
La moschea vicino alla fortezza è molto bella e la piazzetta antistante, con un grande gelso ombroso, ricorda un angolino greco visto chissà dove.
La vecchia custode dice di essere una discendente del marabutto lì sepolto e ci chiede di mandarle, una volta in Italia, scarpe, un orologio, un paio di pantaloni per la figlia. Probabilmente farà così con tutti.
Le lasciamo qualche dinaro e speriamo che la santità dell’avo non le consenta di farci arrivare qualche maledizione, non vedendo arrivare niente. Scendiamo i gradini della polverosa medina e decidiamo di seguire il consiglio di una famiglia di trentini che ha visitato con noi lo ksar e di tirare fino a Bizerte, evitando così di intristirci a Le Kef.
Riprendiamo quindi il viaggio e, per arrivare per tempo a Bizerte, non ci fermeremo a visitare i siti romani, anche perchè attraversiamo molti paesi ed viaggio subisce molti rallentamenti.
Altri duecento chilometri di territorio collinoso ben coltivato a cereali ed olivi. Avvicinandoci alla costa ci sembra di essere in Istria o in Ungheria, con dolci colline coltivate ed i boschi sulla loro sommità.
Alla radio continuano le celebrazioni della festa nazionale, con canzoni patriottiche, interviste ai protagonisti della resistenza ai francesi, servizi sulle realizzazioni sociali del regime e sui risultati economici raggiunti. Le affermazioni non sembrano solo propaganda; quello che vediamo in questa regione –il sud, come da noi, è un altro discorso- effettivamente testimonia uno sviluppo recente e mostra un paese in grande trasformazione.
Siamo in viaggio da quasi dieci ore ed arriviamo stanchi a Bizerte, splendida sorpresa. La zona costiera, più turistica, è bellissima con i suoi bianchi edifici coloniali ed il verde ben tenuto. Intravediamo il porto vecchio, incuneato in una lunga e stretta baia e protetto da un forte ottomano.
Alloggiamo al Bizerte Resort, molto bello. Gli ospiti sembrano essere solo tunisini o soldati francesi della vicina base navale. Siamo stravolti dalla stanchezza, ma dopo un breve riposo con doccia usciamo per la cena. Fuori troviamo un grande affollamento; il fascino della città consiste anche nel contrasto tra edifici bellissimi e case popolari che uno stato socialista evidentemente non ha confinato in slums, ma mescolato casualmente nel tessuto urbano.
C’è il clima anni 50’ delle nostre città, con un turismo popolare fatto di gente normale; molti sono sdraiati o seduti sul verde ben curato dei giardini pubblici. Il vecchio forte è affascinante, con i pescatori che curano le reti sul molo. Noi proseguiamo fino al ristorante Sport Nautique, in bella posizione panoramica fronte mare, dove mangiamo antipasti di verdure, polipo bollito ed orata al sale, tutto buonissimo con ottimo vino bianco locale. Un bimbo vende i grappoli di gelsomino che noi acquistiamo con sua felicità. I fiori li porto all’orecchio, alla moda tunisina, ed il loro profumo ci accompagna piacevole e sensuale. Qui al mare l’aria è fresca, ventosa, corroborante e recuperiamo l’energia spesa nel viaggio. Filiamo diritti a letto.
Giovedì 26.07.07
Tiro la tenda della nostra camera vista mare ed il sole irrompe abbacinante, riflesso dai bianchi muri dell’hotel; di fronte il mare mostra sfumature dal bianco al celeste. C’è vento e si sta bene.
Facciamo colazione e partiamo a visitare la città. Appena superata la kasbah –le belle case coloniali sono dall’altra parte del vecchio porto- ci avvicina Jussef, che ha lavorato alcuni anni a Milano con commercianti italiani, e spontaneamente comincia a portarci in giro per la medina, intrico di vecchie case e vicoli puzzolenti. Spiega che ieri era festa nazionale ed i rifiuti sono ancora sparsi disordinatamente sulle strade. Nonostante il caldo che comincia a crescere ci trascina sulla cima della collina, al forte spagnolo da dove si domina tutta la città. Entriamo poi in una vecchia moschea, ora sede dell’associazione per la salvaguardia della medina, percorriamo il quartiere andaluso che mantiene ancora qualche caratteristica architettonica spagnola, e vecchi fondouq con le caratteristiche volte a ferro di cavallo; la grande porta veniva aperta per far passare i cammelli con il loro carico mentre per gli uomini si apriva una porticina inserita in quella maggiore. Al piano primo vivevano i padroni mentre il piano inferiore era destinato a servitori e bestie.
La temperatura è ancora salita e siamo tutti sudati, ne approfittiamo per liquidare Jussef con una mancia, e andiamo tutti soli al mercato, coloratissimo quello scoperto dove però si vendono oggetti di uso comune e di modesta qualità. Il mercato coperto, della carne e del pesce, offre sensazioni più forti, con i venditori vocianti e gli odori penetranti di pesce e spezie. Scatto qualche foto tra atteggiamenti di diffidenza; la gente non vuole essere considerata solo uno sfondo esotico, per cui non insisto.
Torniamo all’hotel dopo aver bevuto un caffè all’ombra di palme ed ombrelloni in un locale che prevalentemente è una fumeria ; l’interno ha antiche e bellissime volte a crociera realizzate con la pietra locale e completamente annerite dal fumo di decine di sheeshe che, in un angolo, un addetto sta già preparando per gli avventori della giornata.
Torniamo quindi all’hotel, prepariamo le valigie ed andiamo a riposarci in piscina. Anche qui ci facciamo un bagno di vapore nell’hamam seguito dal relax su un lettino e poi massaggio alla cervicale che, dopo la giornata di macchina di ieri, oggi mi produce dolori intensi. Il massaggio è praticamente inutile ad alleviare i danni della tensione della guida che forse ha riacutizzato mali più antichi. In compenso è andata meglio al massaggiatore che con Vanna ha pensato di risolvere le algie cervicali con un lungo massaggio lombosacrale…..da ridere.
Guido quasi in trance fino a Tunisi che ci appare grandissima; la città è compressa tra mare ed un grande lago e quindi si è espansa solo in due direzioni (N-S) e sembra avere più del milione di abitanti effettivi.
Tunisi è comunque bellissima ed anche qui i colori dominanti sono il bianco e l’azzurro. Siamo capitati in Avenue Bourghiba, un viale maestoso lungo l’asse E-O che, con le strade di scorrimento trasversali ad esso costituisce l’organo dinamico e moderno, caotico di traffico spericolato e scintillante di edifici modernissimi. Avenue Bourghiba si innesta sulla medina tramite Avenue de France che, per essere realizzata, ha richiesto la parziale demolizione delle mura. La maestosa porta Port de France rimane adesso quindi un monumento isolato circondato dai più eleganti caffè di Tunisi tra cui Papparone, rinomata pasticceria di evidenti origini italiane.
Il traffico è disordinato e caotico e la lettura dei segnali è difficoltosa. Un vigile ci rimprovera bonariamente di essere passati col rosso ; evidentemente con i turisti sono molto tolleranti.
Prendiamo alloggio all’hotel Belvedere, lontano dal caos del centro e che dà su una via alberata con bei palazzi coloniali.Sulla strada un bar è sempre affollatissimo di gente che fuma sheesha all’ombra dei grandi platani. Qui il Liberty ha accentuato le influenze orientali sposando lo stile moresco in modo magistrale, anche se con il monocromatismo bianco.
Ci prendiamo un riposino sfruttando l’aria condizionata ed alle sette siamo già in cammino. Preferiamo scarpinare fino alla medina, che sembra poco distante, ma la scala della piantina inganna per cui arriviamo già con i piedi gonfi alla Bab Bhar (Port de France).
I negozi in medina stanno già chiudendo, ma l’impatto è fortissimo; siamo accecati dai colori, dall’odore di spezie e dalla varietà di prodotti esposti magistralmente. I venditori chiamano insistentemente Vanna per nome, che leggono scritto in arabo e tatuato sul braccio con l’hennè nella serata a Tozeur.
Inevitabile l’acquisto di qualche souvenir, peraltro a prezzi irrisori; il tempo vola ed poi arriviamo alla parte opposta della medina, dove si trovano la grande moschea, i palazzi del governo ed i migliori ristoranti indicati nella L.P., che sono tutti prenotati dai tour operator.
Per domani sera prenotiamo allora un tavolo al Dar El Jeld, praticamente una casa con giardino magistralmente restaurato ed arredato- come i riad marocchini-, con maitresse elegante e professionale che incute quasi soggezione.
Altri Dar sono vuoti o afosi; non ci fermiamo lasciando il personale un poco indispettito. Allora prendiamo la decisione disastrosa di salire su un taxi e di chiedere al tassista di portarci in un locale carino dove mangiare al fresco.
Quando vediamo che lascia la ville nouvelle cominciamo ad allarmarci e chiediamo dove ci porta. Risposta: siamo quasi arrivati. Tra una protesta e l’altra alla fine, con tariffa tripla (ma di appena sei dinari), ci lascia dopo il villaggio olimpico in periferia, in una zona spopolata – e pensare che voleva portarci ancora più in là-. Saltiamo giù dal taxi inferociti e ci troviamo di fronte un ristorante kitch dove mangiamo male ed al caldo.
Vanna ha mal di testa per la stanchezza e per la rabbia. Mangiamo in fretta e poi usciamo senza chiedere nulla al gestore che pensiamo in combine col tassista e prendiamo un altro dei taxi che –incredibile visto la zona molto periferica-, passano numerosi.
I taxi a Tunisi sembra siano circa quindicimila! In ogni caso in qualsiasi posizione della città il tempo di attesa è ridottissimo; i costi sono molto bassi.
Abbiamo speso poco ed in pochi minuti siamo arrivati all’hotel, ci siamo concessi un tè alla menta ed una sigaretta all’aperto nel bar vicino all’albergo, dove centinaia di locali, che noi chiamiamo sfaccendati, prendono il fresco fumando sheesha.
Spendiamo 0,5 dinari per due tè ed andiamo a dormire.
Venerdì 27 Luglio
Buon sonno e buona colazione, ma i dolori cervicali continuano. In una farmacia compero un miorilassante tunisino e poi partiamo a piedi per la medina, rifiutando l’offerta del portiere di fermarci un taxi. Pessima ed ottima idea. Pessima perchè arriviamo alla Port de France con i piedi già gonfi, per cui sostiamo a lungo alla pasticceria Papparone al fresco. Ottima perchè per raggiungere la medina abbiamo percorso tutta la Rou Sou Beckhi nella confusione indescrivibile del mercato di verdura, carne e pesce, tra pomodori rossi, aromi di prezzemolo e menta, zampe di vacca accatastate, teste di capra, mucchi di spazzatura tra cui rovistano i gatti, vecchie velate in nero o in bianco – quando la mano che ferma il velo è occupata, questo è fermato in bocca-, nani, un vecchio senza naso, mendicanti, giallabe, aromi di spezie, l’acqua di lavaggio di pesce e verdura che scorre sulla strada, uomini che fumano la sheesha e ti guardano, moschee con gente che prega, musica araba sparata da altoparlanti.
Arrivati in medina, le giriamo attorno per arrivare alla Port de France e superiamo botteghe di meccanici, tappezzieri, tessitori, sarti, orafi, falegnami, tornitori, fumatori di sheesha, telai per maglieria in funzione nei piani interrati e sterco di cane, orina, spazzatura, giallabe, veli neri, ragazzi che chiamano Vanna –sempre a causa del tatuaggio sul braccio-, vecchi che elemosinano ed ancora tintori, fabbricanti di fez, fornai, insomma tutta una città che pulsa di vita intensa e che come un meccanismo complesso e sgangherato ma ben collaudato continua senza sosta a funzionare ed a garantire i servizi necessari alla vita.
Questa incredibile città, posta al centro del mediterraneo, ha via via visto arrivare fenici, greci, berberi, romani, vandali, ebrei, bizantini, pirati saraceni, arabi insieme a veneziani, genovesi, livornesi che qui commerciavano schiavi, andalusi che qui hanno lasciato una precisa impronta architettonica in alcuni quartieri, ottomani e poi italiani e francesi.
La stratificazione è impressionante, per cui si vedono utilizzati nelle costruzioni elementi architettonici di edifici demoliti o ristrutturati.
La instabilità politica comunque ha prodotto anche le spoliazioni di ogni invasione, per cui spesso nei palazzi sono rimasti solo gli elementi inamovibili in quanto strutturali.
L’idea della magnificenza la si ha nei negozi di antiquariato, dove sapienti mercanti trattano tessuti e gioielli bellissimi. I mobili ottomani, in legni pregiati ed inserti di madreperla, sono sfarzosi. In uno di questi negozi i gentili proprietari ci fanno visitare l’intrico di stanze ricolme di tappeti, arazzi di seta, gioielli di argento e corallo e pregiati strumenti musicali conservati in eleganti credenze a vetri. Sbuchiamo sul giardino pensile del negozio-abitazione e restiamo accecati dal biancore del minareto della grande moschea che incombe altissimo.
Gli abili venditori sanno di averci impressionati e non sono disposti a sconti su una stupenda striscia berbera di lana di cammello che ci ha preso gli occhi. Affermano che solo loro hanno quei prodotti di qualità in Tunisi. Verissimo. Abili e gentilissimi –forse ebrei- sanno che torneremo da loro, prede nella sapiente tela. Il patrimonio accumulato nel palazzo deve essere immenso e negozio e casa formano tra loro un tutto inscindibile.
Seguiamo il percorso della L.P., altrimenti è impossibile non perdersi nel dedalo inestricabile delle viuzze, ma riusciamo a farlo lo stesso e dobbiamo continuamente chiedere aiuto ai passanti per districarci nel labirinto ora polveroso ora lastricato in pietra sotto volte bizantine e che negli slarghi improvvisamente offre magnifici scorci di edifici ottomani.
Passiamo la moschea Zitouna, che ricorda nello stile quella di Kairouan e che nella sala delle preghiere, a noi preclusa, contiene almeno duecento colonne provenienti dalla Cartagine romana. Le colonne riutilizzate non erano ovviamente tutte della stessa altezza, per cui sopra il capitello venivano costruite imposte a forma di parallelepipedo di varia misura, in modo che tutti gli archi venissero impostati allo stesso livello.
Georges Duhamel scrisse ……. qui tutto è romano o bizantino: colonne, lapidi, capitelli. Tuttavia lo spazio è arabo. Il vuoto luminoso, creato in mezzo a tutti questi resti, è arabo. Lo spirito che ha messo in ordine questi sontuosi relitti è arabo. Sarebbe impensabile a Roma…..
Passiamo poi davanti alla Medersa, scuola coranica, la moschea dei tintori. Visitiamo il Dar Othoman, palazzo del XVII secolo ora adibito ad uffici governativi nelle stanze riccamente decorate, con un fresco giardino con esuberanti banani e melograni. Entriamo nella Tourbet el Bey, con le sue cupole verdi a squame, eredità andalusa, e la facciata con elementi neoclassici, costruita da Alì Pascià II nel 1700 e che contiene innumerevoli sepolcri dei Bey husseniti con le principesse, consiglieri e ministri.
Sbuchiamo nella grande, ombrosa e fresca piazza del governo e poi in una strada dove vi sono numerosi dar, dar vuol dire casa, sontuosi palazzi con cortili interni dove acqua e piante officinali creano piccoli eden nascosti da alte mura. La cultura araba contempla, tra l’altro, la non ostentazione delle ricchezze, per cui esternamente i palazzi sono quasi anonimi per non offendere la sensibilità dei meno abbienti.
Siamo praticamente distrutti e ci trasciniamo all’ombra di un bar nella piazza del governo, dove mi tolgo le scarpe e mangiamo sandwich al tonno con coca cola.
Ci rinfranchiamo anche per la visione della grandiosità dei palazzi governativi, credo voluta anche dai colonizzatori francesi per esibizione di potere, tutti nel biancore del liberty tunisino-moresco-granadino.
Con un taxi rientriamo all’hotel per un meritato riposo.
Alle sei siamo ancora in taxi per andare in Avenue Bourghiba per un gelato ed un caffè nell’esclusivo bar Palmeraie, con un vento corroborante che ci sferza e che ci fa dimenticare il gran caldo. Qui nella ville nouvelle sembra di essere in un’altra città, modernissima e dinamica, senza giallabe, con ragazze vestite all’ultima moda –però niente minigonna- che telefonano al fidanzato; quando lui arriva se ne vanno poi a manina. Sembra che a Tunisi un bizzarro disegno abbia voluto creare contrasti così stridenti. La fusione di elementi europei, arabi e neri ha prodotto comunque una popolazione antropomorficamente omogenea. Molte ragazze sembrano gazzelle dalla pelle appena ambrata e molti ragazzi esprimono nell’aspetto la fierezza di un popolo mai assogettato alle numerose dominazioni.
Ripercorriamo la via principale della medina, dove gli antiquari ci riconoscono e ci richiamano pazientemente nelle loro botteghe, ma non ci decidiamo a comprare nulla ed andiamo a mangiare al dar El Jem, fastoso palazzo arredato con mobili ed accessori (abiti, tappeti, arazzi) antichi e di grande valore. Sostiamo nella boutique annessa dove forse torneremo a comprare belle sete di Mahdia e poi mangiamo sontuosamente alla tunisina pesce e dolci con datteri e miele, concludendo in gloria una giornata tanto faticosa quanto emozionante con l’acqua di rose che la premurosa cameriera ci versa sulle mani all’uscita.
Davanti all’albergo le sedie dei fumatori di sheesha occupano quasi tutta la strada.
Sabato 28 Luglio
La cena di ieri sera ha lasciato pesanti strascichi, per cui colazione leggera e poi a fatica riesco ad accompagnare Vanna in taxi al bardo, il museo tunisino più famoso al mondo per i mosaici provenienti dalle ville romane. Arriviamo alle 9.00 e c’è già una lunga fila di pullman che scaricano folla che sciama in tenuta semibalneare per le belle sale ad ammirare mosaici di grande bellezza.
La sala 7 degli imperatori romani, che mi interessava particolarmente, è chiusa per restauro per cui perdiamo le statue di Augusto, Settimio severo che è nato a Djerba, e di Gordiano che si autoproclamò imperatore ormai ottuagenario e che regnò per sole tre settimane.
I mosaici rendono l’idea, nella accurata descrizione degli ambienti e degli arredi, della impressionante ricchezza dei romani che governavano e risiedevano in questa parte di Africa, ed in essi vi è la rappresentazione ambientale della Tunisia di duemila anni fa, compresi gli animali ormai estinti; l’ultimo esemplare di leone venne abbattuto nel 1800. Leoni, ghepardi, elefanti erano molto diffusi prima che i romani eliminassero le foreste dell’interno per destinate la terra alla coltivazione dei cereali.
Bellissimo è il settore dell’arte islamica con ceramiche, gioielli e suppellettili di grandissimo valore artistico. Forse inosservato passa il contenitore di tutto quanto esposto, residenza dei bey Husseniti, edificato nel 1600 come residenza estiva, ha soffitti in legni coloratissimi e con profusione di oro, di grande bellezza.
Torniamo in taxi all’hotel, visto che il caldo ed il malessere mi hanno completamente messo a terra, e così Vanna va a mangiarsi una buonissima pizza ed io resto in camera a riposare.
Verso le 16.30 siamo già fuori, acquistiamo sfogliate salate da carlo, bella pasticceria evidentemente di impianto italiano e poi andiamo a Carthago, 15 chilometri in periferia, bianca ed elegante città di mare; le case signorili sono disseminate tra i resti della straordinaria città che è stata, prima che il pugno di Roma si abbattesse su di essa fino a spargere il sale sulle sue rovine, segno che non avrebbe più dovuto risorgere. Colonne e muri giacciono muti mentre frotte di tunisini si godono il pomeriggio al mare in ciabatte e calzoncini, forse ignari che qui si decidevano i destini del mondo e che forse da qui il grande Annibale si imbarcò per l’esilio; la distanza non lo salvò comunque dalla longa manus romana che costrinse il suo ospite in Bitinia, Prusia, ad avvelenarlo. O forse fu lui stesso a darsi la morte per evitare di essere consegnato ai vincitori.
Poi andiamo a Sidi Bou Said, famoso villaggio pochi chilometri a Nord di case immacolate con imposte azzurre circondate da rigogliosa vegetazione, anch’esso invaso da turisti che sciamano nel caldo appiccicoso tra sentori intensi del gelsomino e del fico che, greve, si espande pesante fino a notevole distanza. E’ la Portofino tunisina e davvero le vedute dalle terrazze dei caffè sono di grande suggestione.
Pochi chilometri più a Nord c’è la cittadina di Utica dove Catone l’Uticense, grande difensore della Repubblica e perciò strenuo avversario di Cesare, si rifugiò dopo che a Farsalo i pompeiani furono sconfitti; tale erano il suo l’orgoglio e la dignitas che, per non accettare la clemenza che Cesare dispensava astutamente tra gli avversari, preferì darsi la morte gettandosi sul gladio. Fu detto l’Uticense per distinguerlo da nonno detto Il Censore ma anche per la saggezza e la competenza dimostrata nell’amministrazione di Utica.
Il grande caldo è appena affievolito dalla brezza che che soffia costante; qui come altrove l’ombra è un valore importante per cui sostiamo piacevolmente sotto la pergola di cannucce di un bar e poi andiamo a visitare il Dar El Annabi, palazzo privato del 1700 di una ricca famiglia, dotato di bella biblioteca, sala delle preghiere, ricco arredamento contaminato dallo stile occidentale, mentre gli angoli dedicati al riposo sono ricoperti da tappeti e cuscini nello stile locale. Nella biblioteca mi soffermo su un volume che parla della presenza italiana a Tunisi e sul suo contributo allo sviluppo edilizio ed architettonico della città. Intorno al 1920 gli italiani solo a Tunisi erano ben ventimila; un quartiere era chiamato addirittura la piccola Sicilia. Molti vivevano nella medina di espedienti, entrando in contrasto con gli stessi tunisini ai quali disputavano spazi ed attività, ma importante era anche la presenza, oltre a quella degli imprenditori edili e dei muratori, di professionisti e commercianti.
Molti splendidi edifici liberty e decò visti in città sono stati progettati e costruiti da nostri connazionali. Tutt’ora a La Gulette, La Marsa e nella Ville Nouvelle essi sono visibili.
Torniamo in hotel dove necessito di riposare ancora un’ora prima di cena, ma non me la sento di stare fuori a lungo, allora ceniamo al ristorante Andalous nella Ville Nouvelle, economico ma decente in Rue de Marseille, strada pedonale affollatissima dalla gente che cerca refrigerio dopo la giornata caldissima. Poi Vanna mangia il buon gelato al Palmeraie ed andiamo a dormire.
Domenica 29.07.07
Carichiamo di buon’ora la macchina con le valigie e partiamo per Hammamet. E’ giorno festivo ed il traffico è scarso per cui usciamo facilmente da Tunisi e prendiamo l’autostrada verso Est che passa tra coline boscose e macchia mediterranea. In un’oretta arriviamo ad Hammamet e per fortuna abbiamo prenotato una stanza al Bel Azur –anche se sarà pronta non prima delle 14.00-. Nel frattempo scendiamo alla bianca spiaggia. Tira un vento abbastanza forte ma la giornata di riposo pieno ci serviva per smaltire le fatiche di queste due settimane.
Con Lazard ci accordiamo di trovarci domattina alle 5.00 per farci portare all’aereoporto di Monastir.
Tutto il resto è piacevole ozio sulla spiaggia, con il sole che riflesso dai bianchi muri acceca, e l’ombra della fresca stanza.
Verso sera andiamo in centro a cena. Il tramonto dietro le colline tinge di rosa il cielo e rende magica l’ora del crepuscolo sul molo con le mura della medina incombenti.
Tra la medina e la spiaggia c’è il cimitero, non recintato, così la gente per andare al mare lo attraversa; troviamo la cosa per niente irriguardosa, anzi in tal modo i defunti continuano a stare tra i vivi. In una zona ben delimitate c’è il cimitero cristiano con molte belle tombe tutte bianche tra cui visitiamo quella di Bettino Craxi, rifugiato in Tunisia in seguito alle vicende di tangentopoli e qui morto; evidentemente è una meta abituale per gli italiani ed il custode lucra qualcosa accompagnando i curiosi.
Il posto, come tutti i cimiteri, trasmette un senso di quiete. Della forte personalità di Craxi e della sua arroganza qui non c’è traccia alcuna; solo pace.
Mangiamo al ristorante L’Angolo Verde, proprio di fronte al cimitero e mentre parliamo di tangentopoli al tavolo accanto al nostro siedono B. Craxi, moglie e figli. Il ristorante è fresco, la cucina serve pesce eccellente con servizio accurato, ma credo che mangiare vicini alla sepoltura del padre dia anche conforto; la cosa desta tenerezza e rende più umani e vicini i protagonisti così controversi della nostra storia recente.
Lunedì 30.07.07
Marco, mandato da Lazard, puntualissimo alle cinque ci aspetta fuori dal recinto dell’hotel.
Il chiarore dell’aurora, il profumo del gelsomino e i nostri gesti affrettati sono le ultime immagini della nostra breve esperienza in Tunisia.
06.01.2008