Vi anticipiamo alcuni passaggi tratti dal libro di Laura Frassetto”Il paese dei filosofi con gli stivali “( Altromondo editore) che presenteremo in libreria assieme all’ autrice il prossimo mese di ottobre :

Sulla Lonely Planet è riportato il famoso aneddoto su Hernan Cortes secondo il quale quando gli fu chiesto di descrivere questo paese, lui prese il foglio di carta che aveva davanti e lo accartocciò. In effetti è così: c’è di tutto, rumore, colore, coccodrilli, mante volanti, corallo, danze in costume, selvaggi, laghi senza fondo, uomini con il sombrero e gli stivali a punta, musica di ispirazione trobadorica, plancton lucente sul bagnasciuga nella notte, isole irraggiungibili, notti in cui si festeggiano i morti, bevande tratte dall’agave, pellicani, uccelli con le zampe azzurre, cactus di ogni tipo e forma, scorpioni, tartarughe giganti, narcotrafficanti, guacamole, birra con ketchup e gamberetti. Roba che una vita sola non ti basta.

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Mi colpisce un certo paternalismo da parte delle istituzioni nei confronti della gente: per esempio, in tutti i locali c’è scritto “lavati le mani dopo essere uscito dal bagno”, a volte anche con tono perentorio, tipo “lavati assolutamente le mani quando esci dal bagno”, “è obbligatorio lavarsi le mani bene con acqua e sapone dopo che si esce dal bagno”. Voglio dire, e se io volessi prendermi il colera? Me lo vietate? Mi multate?

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Altre volte, la strada è piena di cartelli “No tires basura”, non gettare immondizia (e io ogni volta che lo leggo mi immagino un folle esaltato con un’enorme fionda che lancia a cento metri di distanza dei sacchetti di plastica purulenti). Non ci sarebbe niente di male, se questo cartello (assolutamente inascoltato) non fosse ripetuto ogni trecento metri, mentre se cerchi di capire a quale distanza si trova la prossima città, sono problemi tuoi. Il popolo è selvaggio, incontenibile, dobbiamo cercare di limitare i suoi eccessi, sembra che pensi questo governo – padre – padrone.

Il massimo dell’arte della comunicazione sui muri tra governo e popolo però è stata raggiunta in un sobborgo di Guadalajara, Zapopan: le mura pubbliche della cittadina sono coperte da scritte trionfali del governo: “Zero sequestri di persona nell’anno 2007: che bello vivere a Zapopan!” O anche “Zero assalti armati alle banche nel 2007: non sei contento di vivere a Zapopan?” Secondo me, l’ammirazione di questi capolavori di comunicazione è un motivo sufficiente per visitare il Messico.

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La città è piena di negozi di stivali da ranchero di tutti i colori, e di varie tiendas20 che spiegano tutta la filosofia del perfetto vaquero. Una di queste espone un pannello di legno con scritto tutto ciò che avreste sempre desiderato sapere sul vaquero e che non avete mai osato chiedere. A lato del testo, c’è il disegno di una sorta di cow boy borracho, malfermo sulle gambe arcuate, con lazo e birra in mano. “Tra la sicurezza dell’infanzia e l’insicurezza della seconda infanzia si trova il genere di uomo chiamato vaquero”: così recita il grande cartello, leggibile da tutti i passanti. “Questi vive sia in città, che nei villaggi, che nei ranch; ma soprattutto nelle cantinas (sorta di bar tradizionale messicano, al quale le donne non sono ammesse – a meno che non si tratti di prostitute). Solo rare volte non porta con sé della birra o una piccola anfora di Whiskey. Possiede la fretta di una tartaruga, la discrezione di una volpe, il cervello di un sognatore, le storie del capitano di una nave, la sincerità di un bugiardo, le aspirazioni di un casanova e quando desidera qualcosa, generalmente si tratta di donne o cavalli. Alcune delle sue dipendenze sono donne, whiskey, risse, rodeo, ballo, ancora donne, masticare tabacco e l’odore di cuoio della sua sella. Le cose che non gli piacciono sono: rispondere alle lettere, il suo capo, gli ufficiali di legge, fare la fila, e quando gli dicono di togliersi il cappello. Non mancheranno mai nella tasca posteriore dei suoi pantaloni: un block notes nero, la foto della sua migliore conquista, un sacchettino di tabacco Red Man e ciò che resta della paga della settimana scorsa. La maggior parte del suo denaro viene speso in ragazze; ciò che resta in poker, birra, biliardo e quel che resta in tonterias. Il vaquero è una creatura maestosa: potrai cancellarlo dalla tua rubrica, ma non dal tuo corazon. Potresti desiderare dimenticarti di questo amante cisposo e buono a nulla, sempre troppo lontano, però tutti i tuoi piani saranno ridotti a polvere quando il vaquero, qualche tempo dopo, busserà alla tua porta, ti guarderà con quei tristi occhi rossi e ti dirà: hola nena, come stai?

Ho appena scoperto una deliziosa qualità del popolo messicano: l’autoironia

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Un Raramuri malato è un Raramuri che ha perso l’anima; o meglio, una delle sue anime. Gli uomini ne possiedono tre di importanti, le donne quattro: hanno bisogno di un’anima in più per educare i figli, oltre che per riuscire a svolgere sia i lavori di casa che quelli di campagna. In aggiunta alle principali, ogni persona è dotata di una moltitudine di piccole anime, che sono estensioni di quelle grandi. Sono connesse le une alle altre tramite teke, fili di energia. Nel caso che si perda una delle proprie anime, l’organismo intero ne soffre e si ammala. La diagnosi viene fatta dal curandero, la cui anima scoprirà dov’è rimasta quella dell’ammalato, allontanatasi a causa di uno spavento. Per curarlo si farà una grande festa: la tristezza causata dall’allontanamento di un’anima, si cura con l’allegria.

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Leggiamo alcune leggende Raramuri su un libro per bambini, qualcosa tipo Tarahumara para los niños. Apriamo a caso, e ci imbattiamo su una storia che si propone di spiegare “come noi Tarahumara abbiamo capito il cristianesimo”.

“Un giorno lo zio Dio scese sulla Terra. A casa sua aveva molte botti piene di tesguino, che è una bibita molto popolare tra i Tarahumara. Il tesguino si prepara fermentando mais e triguillo, un tipo di grano selvatico. Cosicchè lo zio Dio era molto felice (e già qui sembra un dio molto simpatico). Però dall’altro lato del fiume Huerachic, nel profondo del canyon, viveva il Diavolo, che era molto povero e possedeva solo una bottiglietta di tesguino di pessima qualità (ah, l’eterna lotta tra il bene e il male). Il Diavolo e suo fratello (suo fratello…?) invitarono lo zio Dio a bere insieme a loro. Egli accettò (bravo, così si fa, poi manda suo figlio nel deserto quaranta giorni e non gli permette nemmeno di farsi una chiacchierata con il Povero Diavolo) e si sedette per bere, ma non c’era abbastanza tesguino per tutti e tre. Appena la bottiglietta si vuotò, lo zio Dio disse: “Vi invito a berlo a casa mia, lì ce n’è fin troppo”. I diavoli accettarono l’invito e partirono tutti e tre insieme (piacerebbe al Papa, tutto ciò?). Arrivati a casa sua, lo zio Dio offrì ai diavoli una generosa porzione di tesguino, e questi accettarono entusiasti. Mentre bevevano, cantavano canzoni come i messicani (si si: lo zio Dio, il diavolo e suo fratello). Alla fine, il terzetto si addormentò.

Però il diavolo si svegliò in piena notte, e rubò allo zio Dio tutto il suo denaro (la carta di credito Golden Premium di Dio?); corse via, e lo nascose nella sua casa.

Lo zio Dio se ne rese conto e uscì a litigare con il Diavolo. Nel combattimento, il Diavolo uccise lo zio Dio (acc, danno collaterale), ma siccome egli era Dio, resuscitò e continuò la lite finché, stanco, disse al Diavolo: “SPROFONDA!”

Da quel momento il Diavolo affondò nel canyon più profondo della barranca, e rimase per sempre sotto terra, mentre Dio fece ritorno a casa sua”.

A queste condizioni, diventerei cattolica pure io. Mi chiedo: ma i missionari sono sicuri di quel che fanno? E se provassero a convertire me, e poi rielaborassi i racconti biblici giungendo a descrivere il Paradiso della Scarpa come la più grande ricompensa per una vita di preghiera e sacrificio, sarebbero sempre convinti di aver vinto loro?

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A Guadalajara dopo aver pattinato sul ghiaccio non chiedi una cioccolata con panna, ma un succo di frutta estratto dal frigo del bar del centro sportivo. Lo ordino da sola, e incorro in quello che resterà il mio lapsus spagnolo preferito.

Desidero un succo di mela, che si dice manzana, e chiedo: por favor, un jugo de mañana. Anziché un succo di frutta, ho chiesto un succo di domani: sto diventando anch’io una filosofa con gli stivali. Una filosofa con i pattini da ghiaccio.

Amore, lo beviamo il nostro succo di domani? Ci provocherà visioni peyotesche del nostro futuro, della nostra casina bella sul mare, piena di cuccioli pelosi e magari anche glabri? Cuccioli che avranno i tuoi occhi scuri e brillanti? E io tra qualche anno sarò sempre la tua loquita preferita, la tua cicala disordinata che desidera che lavori il meno possibile? E tu avrai sempre quel tuo caldissimo abbraccio tenuto sempre pronto per me? E avremo finito di vedere insieme tutta la filmografia di Kusturica?

Oh cielo , se me gusta questo succo di domani !